Ero presente a Genova, in quella calda estate del 2001. Eravamo accampati allo stadio Carlini, in uno spazio organizzato dal Genoa Social Forum, la realtà formata da ben 1.184 entità diverse, tra gruppi, movimenti e partiti politici. Ne facevano parte, infatti, tra gli altri: i Verdi, Rifondazione Comunista, Pax Christi, la Federazione delle Chiese Evangeliche, la Fiom, i Cobas, Legambiente, il WWF, la Banca Popolare Etica, la Rete Lilliput, il Centro Sociale Leoncavallo di Milano e l’Officina 99 di Napoli.
Oggi, da quel 20 luglio, sono passati 24 anni. Quell’evento – il G8 di Genova – ha rappresentato un momento decisivo e determinante della storia contemporanea del mondo, influenzando ciò che siamo, oggi, nella nostra quotidianità, nel nostro piccolo, nelle nostre scelte di vita. Quel giorno, quelli che erano, allora, i leader delle principali economie mondiali gettavano le basi di un modello economico globalizzato delle merci e dei mercati, che avrebbe caratterizzato il nuovo millennio. Un modello che ha permesso ad economie aggressive, come quella indiana o quella cinese, di prendere il sopravvento, portando – oggi – ai contraddittori dazi trumpiani sui prodotti importati negli Stati Uniti d’America.
In strada, invece, i manifestanti chiedevano più libertà di movimento per le persone, piuttosto che per le sole merci; chiedevano la fine
dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, stritolati dalla morsa del vorace neo-colonialismo liberista; chiedevano più tutele per l’ambiente; chiedevano la fine dei monopoli sui brevetti dei farmaci da parte delle grandi aziende farmaceutiche.
Oltre 300.000 persone scesero in strada. Tra queste – ed era ampiamente noto alle forze dell’ordine, già prima dell’inizio della manifestazione – c’erano tra i 500 e i 2.000 individui intenzionati, unicamente, a creare disordini e violenze. Di questi, chissà come, non ne venne arrestato nemmeno uno, nonostante le oltre 20.000 unità schierate, tra poliziotti e carabinieri, nonostante il supporto di blindati e di elicotteri, nonostante la città fosse stata riempita di grate e di varchi presidiati. Amnesty International definì, successivamente, il G8 di Genova come la più grave sospensione dei diritti democratici in Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Avremmo dovuto attendere una pandemia globale per rivedere, in Italia, qualcosa di simile.
Ma nonostante tutto questo, nonostante il potente apparato di controllo e di prevenzione messo in campo dal governo, le forze dell’ordine italiane restarono impresse, nell’immaginario collettivo internazionale, soprattutto per l’uccisione di Carlo Giuliani e per le infami torture perpetrate nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, per le quali – ovviamente – l’Italia fu condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
Dopo la morte di Carlo Giuliani, infatti, 350 agenti armati irruppero nella scuola Diaz – nella quale aveva sede l’ufficio stampa del Genoa Social Forum e dormivano 93 persone – mandandone ben 82 all’ospedale, con gravi lesioni alla testa, al torace, alle gambe e alle braccia. Alla Diaz non c’erano, ovviamente, i violenti che la Polizia italiana stava fingendo di cercare. Infatti, successivamente, vennero condannati 25 poliziotti – tra cui il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri, il comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini e il dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola – per falso ideologico, lesioni, lesioni aggravate in concorso, introduzione di bombe molotov nella scuola e violazione della legge sulle armi.
Altre 500 persone furono invece condotte alla caserma di Bolzaneto, e ciò che accadde quella notte venne descritto dalla Corte di
Cassazione come “inumano e degradante”: distruzione di beni e di oggetti personali, insulti di ogni tipo – sessuali, razzisti, politici – minacce, spruzzi di sostanze urticanti, percosse, percosse agli organi genitali inflitte con pesanti guanti neri o manganelli. Furono identificati e condannati, però, solamente 15 agenti. Tutti gli altri l’hanno fatta franca.
Fine della storia.
Molti dei dirigenti coinvolti, inoltre, non subirono mai alcun arretramento di carriera, e quei pochi che furono costretti a dimettersi vennero, immediatamente, assunti in aziende pubbliche o private con ruoli remunerativi e di evidente responsabilità.
Sulle vittime, e sui loro familiari, il silenzio. E, per tanti anni, la calunnia, l’infamia, la colpa, il disprezzo, l’ingiuria: “se la sono andata a cercare“, “perché non se ne sono andati al mare?“, e via dicendo.
Le tavole di Zerocalcare, con i loro suggestivi ed accattivanti bianchi e neri, spiegano meglio di qualsiasi parola ciò che avvenne quel 20 luglio 2001 – e tutto quello che accadde dopo. Soprattutto tutta la merda, la confusione, i dubbi, le omissioni, le pressioni, i tentativi di insabbiamento e di depistaggio tirati addosso ai manifestanti, alle loro famiglie, alle loro ragioni, e all’unica vittima ammazzata di questa vicenda: Carlo Giuliani, che – con un estintore – minacciava un blindato dei Carabinieri. Tralasciando, totalmente, il contesto di una giornata di guerriglia urbana nella quale dovevi correre per salvarti dalle manganellate gratuite, dalle botte da orbi, e dai tentativi dei blindati di metterti sotto senza troppi complimenti. Ed io ero lì, tra quelli che correvano, e potrei testimoniarlo. A differenza di tanti che, quel giorno, invece, erano al parco con i bambini, o a fare spese al supermercato, o in vacanza, al mare – e oggi ne parlano come se fossero stati presenti e conoscessero ogni retroscena. O, come scrive Zerocalcare, non solo non c’erano, ma non c’hanno capito un cazzo.
Ciò che farò, dunque, è semplicemente invitarvi a leggere o a rileggere “GENOVASPLAINING“, la storia di Zerocalcare. E finirla, una volta per tutte, con le vostre puttanate su Carlo Giuliani l’assassino, su “Carlo Giuliani è una cosa e la Diaz e Bolzaneto sono un’altra“, sugli eroi in divisa che rischiarono la vita e che dovevano difendersi, sull’estintore brandito come se fosse una bomba termo-nucleare pronta ad esplodere da un istante all’altro, sui martiri e sui carnefici da entrambi i lati della barricata, sugli sfuggenti, misteriosi ed imprendibili black-bloc. Perché, alla fine, ciò che resterà, per sempre, di questa storia sono quelle parole – vili e spregevoli – urlate, a gran voce, proprio da un poliziotto che, stupidamente, tentava di incolpare uno dei manifestanti di aver ucciso, con un sasso, Carlo:
“Bastardo, tu l’hai ucciso col tuo sasso!“
In ogni caso, nessun rimorso.





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