mercoledì, Marzo 11, 2026
Il Parco Paranoico

21 luglio 1990 – 21 luglio 2025: The Wall, Live in Berlin

Era il 21 luglio 1990. La Guerra Fredda era appena finita, le macerie del Muro di Berlino erano ancora sparse tra le strade, i cuori e le coscienze della città e del mondo intero. Quel giorno, nel luogo simbolo delle divisioni del Novecento, Roger Waters mise in scena “The Wall” davanti a 350.000 persone, trasformando la ferita più dolorosa e sanguinante d’Europa in un altare di memoria, di catarsi e di speranza. Ma non si trattava solamente di un concerto, fu un vero e proprio rito collettivo, un sentito omaggio ai caduti, un’esplosione artistica e politica di ritrovata energia, una liturgia laica contro l’alienazione, la repressione, l’insensibilità e l’indifferenza.

Berlino, città spezzata, si faceva corpo e psiche di Pink, il tragico e allucinato alter ego protagonista del concept album del 1979, un personaggio, ispirato a Syd Barrett, ma anche allo stesso Roger Waters, con il quale condivide toccanti esperienze familiari, che – mattone dopo mattone – erige un muro tra sé e il mondo. Non solo per difendersi, ma, soprattutto, per isolarsi. Non per dimenticare, ma per soffocare, per sempre, quei ricordi e quel dolore troppo grande: la morte del padre in guerra, la disillusione, la rabbia, la solitudine, la follia.

Quel muro era caduto, nella realtà, pochi mesi prima. E nel 1990 Waters lo fece crollare ancora, davanti al mondo intero, con una potenza scenica mai più eguagliata: un gigantesco muro costruito e demolito in diretta, accompagnato da voci immortali come Van Morrison, Sinead O’Connor, Joni Mitchell, Bryan Adams, Marianne Faithfull, e gli Scorpions. Ogni voce una scheggia, un grido, un frammento d’identità che veniva, finalmente, restituito.

Ma “The Wall” non fu solo una celebrazione della ritrovata libertà europea. Fu anche una denuncia e un monito. Roger Waters volle ricordare, infatti, che dietro ogni muro — fisico o psicologico, ideologico o sociale, politico o economico — si nasconde un dolore, una frattura, una violenza. Per questo i proventi del concerto andarono al Memorial Fund for Disaster Relief, affinché arte e memoria potessero essere trasformate in un aiuto concreto e per non dimenticare che ogni volta che un nuovo muro viene costruito si generano, di conseguenza, nuove vittime. Quel concerto, a distanza di 35 anni, resta un’epifania collettiva, un momento in cui la musica, per una serata, fu più forte della stessa Storia. Ma oggi, in un mondo che sperava nella fine delle guerre e che ha, invece, moltiplicato i conflitti, che ha sostituito le cortine di ferro con le barriere dei porti e delle frontiere chiuse, dei campi profughi, degli algoritmi che separano e non uniscono, il messaggio di “The Wall” è più urgente, attuale e bruciante che mai.

Dopo l’ubriacatura ottimista degli anni Novanta, abbiamo, infatti, assistito al risveglio dell’antico rancore. Le nazioni si sono ritirate nei propri nazionalismi ed autoritarismi. I popoli, invece di riconoscersi e comprendersi, si sono temuti ed odiati. Nuovi muri sono, intanto, sorti ovunque: invisibili, silenziosi, spietati, mortali. Muri fatti di diseguaglianze economiche, di confini militarizzati, di odio razziale, di censura algoritmica, di solitudine digitale. Ogni volta che chiudiamo gli occhi davanti alla sofferenza altrui, un nuovo mattone viene posto nel muro. Ecco perché “The Wall” è vivo, pulsante ed attuale.

E proprio in questo scenario di regressione morale e di permanente minaccia, risuonano, con lucidità lancinante, le parole di Albert Einstein, che, pochi anni dopo, la fine della Seconda Guerra Mondiale ammoniva i governi e i politici del mondo sul fatto che la guerra non si può umanizzare, circostanziare, o giustificare, la guerra deve essere solamente abiurata ed abolita. Quelle parole — come quelle contenute in “The Wall” — non sono solo ammonimenti di circostanza, ma promesse che sono state tradite e non sono state mantenute. Come se l’umanità, incapace di ascoltare le voci degli uomini giusti, continuasse a scegliere l’auto-distruzione. La musica, in questo contesto, diventa febbrile resistenza. Diventa, come la scienza etica di Einstein, una richiesta disperata di consapevolezza. Diventa un atto d’amore verso ciò che potremmo essere, e che non siamo ancora.

Ogni dannato giorno il muro si alza di nuovo. Ogni dannato giorno, un altro Pink si aggira, ferito e sanguinante, tra le rovine del nostro mondo, tra le rovine di Gaza, tra le rovine dei villaggi ucraini, tra le rovine delle città siriane, tra le remote rovine libiche, afghane, congolesi o sudanesi, ascoltando un’eco lontana: “Is there anybody out there?“.

E se le torri delle nostre vanità digitali, i bastioni delle nostre sicurezze identitarie, crollassero come sabbia, e noi ci trovassimo, nuovamente, soli, nudi, smarriti — a dover scegliere se ricostruire altri muri o, finalmente, dei veri ponti? Forse solo allora comprenderemmo il vero significato di quel concerto di tanti anni fa. Non fu la banale celebrazione di una fine, ma la richiesta di un nuovo inizio. Non fu solo la liberatoria ed agognata distruzione di un muro, ma il tentativo disperato – poetico e musicale – di edificare un mondo diverso, mattone dopo mattone, non più con il cemento e con il filo spinato, ma con l’empatia, l’ascolto, la memoria, il rispetto, la conoscenza e l’immaginazione.

Perché, come ci hanno insegnato i Pink Floyd di “The Wall”, “all in all, it’s just another brick in the wall” — ma spetta a noi, e solo a noi, scegliere e decidere se usarlo per odiare e dividere, oppure per amare ed unire.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

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