venerdì, Gennaio 23, 2026
Il Parco Paranoico

Ozzy Osbourne, il sacerdote dell’Ombra

Mik Brigante Sanseverino Luglio 23, 2025 Parole Nessun commento su Ozzy Osbourne, il sacerdote dell’Ombra

All’inizio erano il blues e il rock psichedelico a far vibrare l’aria, anche tra le fabbriche della grigia e operosa Birmingham, tra chitarre nervose, promesse sgualcite e sogni opachi. E, un giorno del 1965, proprio nel clangore di una fabbrica della città inglese, la fiamma di Tony Iommi fu sfidata. Un incidente gli portò via le punte del medio e dell’anulare. Il referto medico risuonò come una definitiva condanna: “non potrai suonare mai più”. Ma il dottore, evidentemente, non aveva tenuto conto di quella crudele e meravigliosa alchimia che anima, sfida e perseguita i demoni della creazione. Non aveva previsto l’urlo di quelle forze primordiali di volontà, di creatività e di inventiva che spronano gli esseri umani a non piegarsi e, anzi, a rivoltarsi contro qualsiasi destino ostile, proprio come se fossero angeli caduti, fuoriusciti dalla misericordiosa e appagante grazia divina.

Angeli di fuoco che rispondono alla menomazione fisica e alla sofferenza spirituale con la scintilla operosa di un’idea. Due ditali metallici – come piccole protesi infernali – furono la risposta, e poi l’intuizione di abbassare l’accordatura della chitarra, in modo da allentare le corde e, quindi, suonare con meno dolore, trascinando, contemporaneamente, il suono verso l’abisso. In quell’atto c’era già tutto: la nascita dei riff che fanno tremare il cielo. L’heavy-metal, dunque, non nacque nel piacere o nella delizia, ma nel dolore distorto di corde di metallo che promettono e urlano vendetta.

Poi giunsero gli altri: Geezer Butler e Bill Ward, complici di visioni e di fantasie strumentali, e un frontman, che non era un frontman, ma era un magico catalizzatore di ombre. John Michael Osbourne. Ozzy, l’elettroshock del palco, il ghigno che fa rabbrividire la luna nera. Ozzy è un figlio della nebbia e delle ciminiere, cresciuto in un luogo che ha il sapore del ferro e della fatica. Nei suoi occhi c’era l’orrore di un blues che non consola, l’eco di eventi ancestrali che non possono essere né spiegati, né compresi. E così, accanto a trame musicali in cui riverberavano viaggi cosmici ed ipnotici, sbocciarono i tuoni, le campane remote di una chiesa, la scenografia sacrilega di quel nome e di quel cantante cupo, profano, fosco, magnetico. Nessun trucco, bastava semplicemente lui, bastavano la sua voce e il suo procedere sul palco, come fosse un vero e proprio sacerdote dell’ombra.

La rotta era segnata, Ozzy Osbourne e i Black Sabbath non evocavano solamente suoni, ma interi mondi, mentre costruivano realtà alternative e, allo stesso tempo, profondamente terrene, in cui la guerra, la paranoia, la cannabis, la schizofrenia e le angosce spaziali erano protagoniste indiscusse di un teatro acido e dannato. Le note erano una maledizione e le parole di Ozzy il loro rito, la loro profezia, la crepa abbagliante nel buio più nero e rabbioso.

Nella sua visione, infatti, il cosmo non è un luogo ordinato e pacifico, ma un labirinto governato da un architetto oscuro, un’entità impenetrabile che muove le orbite stellari come se fossero marionette, obbligando gli esseri umani e le stesse galassie a danzare in un valzer contorto, sulfureo ed imprevedibile. Eppure, proprio quell’architetto, in un gesto che sa di riconoscimento divino e di gioco diabolico, ha concesso ad Ozzy il dono più grande di tutti: diventare simbolo, diventare mito. Nonostante, infatti, le ossa stanche e il corpo segnato, Ozzy ha trasceso la materia. Ha fatto in tempo a salutare il proprio pubblico e a lasciare il proprio nome inciso nei riff delle band che ha ispirato, nei sogni distorti di generazioni che non hanno mai smesso di gridare assieme a lui.

I Re, si sa, non vivono solamente nel loro tempo. Il loro spirito risuona tra le diverse epoche e il loro mito ruggisce per sempre, oltre la lontana Earendel. Il metallo dei Black Sabbath e di Ozzy Osbourne scorrerà eterno, come un fiume di fuoco nero, nelle vene dei mondi.

Il Re del Metal, dunque, non muore. Ozzy è per sempre.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

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