Diciamolo subito, senza troppi preamboli: ieri sera, all’Arena Flegrea di Napoli, gli Afterhours hanno intrecciato due mondi all’apparenza lontani ma, in fondo, mai così vicini. Da un lato la ferocia visionaria dei Black Sabbath, omaggiando Ozzy Osbourne con una vibrante e sincera versione di “War Pigs”; dall’altro la carezza tragica e gentile di Fabrizio De André, rievocato in una commovente e fosca “La Canzone di Marinella”, eseguita come un rituale di resistenza poetica. Un saluto affettuoso, e collettivo, è partito dal pubblico per raggiungere Ozzy, il principe delle tenebre, mentre la ballata del cantautore genovese si sollevava, leggera, come una preghiera profana nel cuore di una notte già calda e affollata di significati.
Due cover agli antipodi, certo, ma che hanno finito per illuminare – come fari intermittenti su un fondale scuro – le due anime che da sempre convivono negli Afterhours: una, lirica e melodica, capace di toccare corde intime, riflessive e struggenti; l’altra, elettrica e disturbata, figlia del rumore e della dissonanza, che brama l’oscurità e la accarezza come si farebbe con un’amante feroce, capricciosa e imprescindibile. È questa doppia tensione – tra amore e disincanto, tra rabbia e tenerezza – che tiene viva l’anima di una band che, dopo oltre trent’anni, è ancora bello accompagnare dal vivo.
Così è stato anche ieri, in una serata che ha avuto il sapore del rito e della rinascita, dove il passato e il presente si sono abbracciati come due vecchi amici che, pur avendo scelto strade diverse, si sono ritrovati ancora a condividere la stessa sete di verità. Come accadde vent’anni fa, dopo la liberatoria bellezza di “Quello che non c’è”, quando gli Afterhours decisero di tuffarsi, di nuovo, nel buio, quello rabbioso e tagliente, quello che graffia e che brucia, ma anche che rigenera. Un buio che, oggi, torna a vibrare in tutta la sua intensità attraverso “Ballate per piccole iene”, disco celebrato, in questo tour, come un punto di rottura e di partenza, come un bivio esistenziale e sonoro.
Un album spigoloso, teso, corrosivo, che ha saputo restituire il suono sgradevole e magnifico del vivere, il disagio che non vuole farsi mai addomesticare. E ieri, ogni brano suonato – da “La vedova bianca” a “Il sangue di Giuda”, da “La sottile linea bianca” a “Ballata per la mia piccola iena” – ha mostrato ferite ancora aperte, fragilità non ricomposte, rabbie che non si sono mai trasformate in cinismo. Le immagini proiettate sui ledwall – ipnotiche, perturbanti, a tratti oniriche – aggiungevano strati di senso a ogni pezzo, stimolando un “viaggio nel viaggio”: nei meandri della mente, nei ricordi ancora tatuati nella carne, nelle parole che non siamo mai riusciti a pronunciare.
In 25 brani, Manuel Agnelli ha saputo evocare incontri e scontri, urgenze e sospensioni, senza mai cadere nella trappola della retorica. È rimasto fedele a ciò che deve essere lo spirito di una serata come questa: una risposta netta, istintiva, a un mondo che allora – come oggi – continua a parlare il linguaggio del rifiuto, della paura, della sopraffazione, dell’indifferenza. “Ballate per piccole iene”, inciso in una terra – l’America – che, oggi, tradisce i suoi stessi ideali, affogata in logiche di guerra e di negazione, ci rammenta che no, non è sempre stato così. Che anche se eravamo malati, non ci sentivamo spacciati, che qualcosa, sotto la pelle, continuava a pulsare, a lottare per regolare il battito feroce del tempo. E ieri sera, in quell’arena napoletana sospesa tra una storia antica e millenaria e la disillusione contemporanea, quella pulsazione è tornata a farsi sentire. Come un richiamo, come un grido, come un abisso. Non per salvarci, ma per ricordarci che ci siamo ancora, che non siamo ancora spacciati. E che, allora, possiamo ancora essere feroci, fragili, vivi.


























Comments are closed.