Una sola voce, scolpita di accenti che attraversano l’Italia e ne superano i confini, si alza dalle Madonie come un canto antico, necessario, inevitabile. Una voce che non conosce frontiere e corre lontano, fino a Gaza, portando con sé il peso e la bellezza della libertà. È una voce che si erge contro un’occupazione illegale, violenta e razzista, e trova nei solchi sonori dei Maruja e delle Lambrini Girls la forza di un’onda inarrestabile, capace di abbattersi con furia e precisione contro ogni ingiustizia.
Il viaggio di questa resistenza umana comincia quando il sole è ancora alto, con le pulsazioni elettroniche e le memorie narranti degli Offlaga Disco Pax, battiti e oscillazioni che sono, al tempo stesso, cuore e archivio, cronaca e poesia, per poi attraversare correnti di rabbia e di bellezza, scagliandosi come una tempesta e abbracciando come una marea.
E infine approda in una dimensione altra, dove la poesia non si limita a parlare, ma scivola giù dalla luna. È quella di Lucio Corsi: un canto intessuto di racconti e di personaggi magici, surreali, imprevedibili, assurdi, come se fossero evasi dalle pagine di Lewis Carroll. Ma non un Carroll innocuo, non un Paese delle Meraviglie asettico,
estraneo, remoto e infantile: qui il Bianconiglio corre perché è inseguito da carri armati, droni e soldati spietati; qui il Cappellaio Matto si ostina a imbandire tè per chi non ha più casa, lavoro, vita e la Regina di Cuori ordina decapitazioni che si compiono nel silenzio complice di chi, in America ed Europa, guarda altrove.
È un mondo rovesciato che, nel gioco degli specchi, mostra il vero volto della nostra realtà: un popolo costretto a vivere tra muri, divieti e checkpoint, in un tempo sospeso
che nega ogni futuro e qualsiasi dignità. In questo riflesso distorto, la Palestina non è un’astrazione geografica, ma la ferita viva che il nostro sguardo, troppo spesso, sceglie di non incontrare.
Eppure, anche da questo Paese delle Meraviglie ferito, la musica di Lucio Corsi, con i suoi animali parlanti e le sue lune malinconiche, ci riconduce verso la nostra realtà perduta, quella che preferiamo celare dietro i monitor anestetizzanti delle televisioni, dei computer e degli smartphone.
E tutto accade sotto lo sguardo antico e insieme visionario del castello dei Ventimiglia. Le sue pietre, scolpite dal tempo, vegliano come un custode silenzioso, offrendo protezione e complicità, accogliendo tra le proprie mura il respiro di memorie secolari e trasformandosi, per una notte, in scintilla di nuove lotte e nuove libertà.


























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