E finisce così.
In una serata che vibra di quattro colori — tre dei quali ci appartengono — intrecciati come una promessa e come una dolorosa ferita.
Colori che non hanno bisogno di voce per farsi ascoltare: parlano con il silenzio delle bandiere mosse dal vento, gridano contro un ordine antico e feroce, un ordine costruito su dogmi famelici e neo-colonialisti. Un ordine che, da secoli, regala all’Occidente ogni privilegio e ogni assoluzione, mentre sotterra le ragioni, i canti, le storie, le tradizioni e le urla sofferenti di chi non vuole più vivere in ginocchio.
Le politiche a corrente alternata sono diventate ruggine velenosa: corrodono ciò che
toccano, avvelenano ogni idea di giustizia.
Può Ypsigrock essere una chiave di volta?
Sì. Perché ogni musica è un varco, e ogni varco è sempre un impegno.
“Imagine all the people living life in peace” — tra le Madonie, in una notte d’estate, non è un sogno sospeso, ma una mappa da seguire. Passo dopo passo. Con determinazione, con perseveranza e con coraggio. Boicottando i governi, le aziende, le istituzioni, le università, i politici e i partiti che si nutrono di guerra e, soprattutto, voltando le spalle a chi commercia con un governo, quello di Israele, che tiene vivo l’incubo dell’apartheid del popolo palestinese.
Che questo Ypsigrock non resti, quindi, soltanto un festival musicale, ma si faccia memoria, passaggio necessario di resistenza, cassa armonica per le nostre coscienze assopite.
Che le note siano acqua che scava la pietra e vento che consuma i muri. Tutti i muri — non soltanto quelli che non ci piacciono, ma anche quelli dietro cui ci nascondiamo in comodo e complice silenzio. Che quei quattro colori — nero, rosso, verde e bianco — possano, un giorno, danzare liberi in qualsiasi cielo. Non più simboli di oppressione e
di lotta, ma bandiere di un’umanità accordata, finalmente, sulle stesse melodie.
Melodie che hanno chiuso la ventottesima edizione del festival siciliano: dal groove pulsante e ballabile degli Ebbb, alle trame evocative degli English Teacher, passando per le esplorazioni astrali e psichedeliche dei Public Service Broadcasting, l’incalzante indie-rock targato Sylvie Kreusch e il garage-rock muscoloso di Milo Korbenski.
E mentre le ultime note si dissolvono, il tempo svanisce. Il futuro resta lì, sospeso: una lucente esplosione di nostalgia.


























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