C’è un quadro, a Cefalù, che ti guarda e ti mette a disagio. È custodito al Museo Mandralisca, scrigno delle opere che il barone filantropo Enrico Pirajno di Mandralisca donò alla sua città come un atto d’amore e di memoria. Tra queste, un volto emerge dal tempo come una sfida, si tratta del ritratto di ignoto marinaio di Antonello da Messina. Quel sorriso, sfuggente e insieme irridente, non si lascia decifrare. Non è il sorriso benevolo di una Gioconda maschile, ma un ghigno segreto, beffardo, che sembra attraversare i secoli per ammonirci, per ricordarci che, forse, siamo ancora prigionieri delle stesse convenzioni di cui lo eravamo allora.
La storia del quadro è già di per sé un romanzo. Mandralisca lo trovò per caso, durante una visita a parenti a Lipari: era abbandonato nella bottega di un farmacista, ignorato e consunto. Peggio ancora, era diventato il bersaglio della rabbia della figlia del farmacista, una giovane donna che, non riuscendo a trovare marito, sfogava la sua frustrazione sul dipinto. I graffi ancora visibili ne sono le cicatrici: colpi inferti a un volto che, nel suo sorriso ambiguo, le ricordava ciò che la società le negava o, peggio, le imponeva di ottenere per essere considerata degna.
Per lei — e per molte donne del suo tempo — il matrimonio non era un’opzione, ma una necessità, il passaporto sociale per poter esistere senza vergogna. Una casa, un marito, dei figli: non tanto desideri personali, quanto requisiti imposti da un modello antico e soffocante, figlio di regole oppressive e patriarcali. Oggi, ci diciamo, viviamo in un’epoca diversa. Eppure, il sorriso di quell’uomo continua a tormentarci, perché egli sa che, in fondo, molti di noi restano ancora fedeli a modelli che non garantiscono felicità, né pienezza. Ci aggrappiamo a “stabilità” che sono solamente facciate esteriori, gusci vuoti dentro i quali si inaridisce il desiderio autentico.
Quel sorriso, ironico e amaro, ci invita invece al rischio. Ci sprona a strappare i fili logori che ci legano a ruoli preconfezionati. A non “sposare” — in senso letterale o simbolico — istituzioni e norme che non ci appartengono. È la stessa ribellione che risuona nella voce di Patti Smith quando canta “people have the power“, o nell’urlo crudo di PJ Harvey, o, ancora, nella lucidità anarchica di Fabrizio De André. Artisti che, con linguaggi diversi, ci hanno ricordato che l’atto più rivoluzionario può essere quello di vivere secondo una propria verità, anche quando questa verità contraddice l’aspettativa sociale.
Forse, se la ragazza di Lipari avesse potuto vivere pienamente il proprio presente — senza inseguire un futuro dettato da altri — avrebbe conosciuto una forma più autentica di felicità. E forse, così, il ritratto dell’ignoto marinaio avrebbe portato meno cicatrici. Ma la domanda resta: perché ci ostiniamo a seguire percorsi che non ci appartengono? Perché, ancora oggi, alle donne viene chiesto con insistenza di “mettere la testa a posto”, di sposarsi, di avere figli, e perché diverse forze politiche continuano a cavalcare queste retoriche reazionarie come strumenti di consenso?
Quel marinaio, con il suo sorriso enigmatico, non ci darà mai una risposta. Ma forse il suo segreto è proprio questo: non smettere di sfidarci, di costringerci a interrogarci. Perché il vero pericolo non è non trovare ciò che la società vuole per noi, ma non cercare mai ciò che noi vogliamo, davvero, per noi stessi.


























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