C’è bisogno di spensieratezza e di luce, perché senza rischiamo davvero di impazzire. Il Male sembra vincere ovunque, e ogni luogo assomiglia sempre più a una Derry contemporanea, con le sue viscere abitate da creature di crudeltà indicibile, ben nascoste dietro maschere di perbenismo, sorrisi di circostanza e parole false e stucchevoli.
In questo scenario, “Hickey” arriva nelle nostre vite ferite come un elisir benevolo: un ricordo che rimane vivido, un abbraccio sincero e disinteressato, un giorno che non pretende di essere né spettacolare, né catastrofico, ma semplicemente rivolto verso la pura e semplice verità. È quel giorno in cui puoi passare da David Bowie ai Royel Otis e farlo con il cuore leggero, seguendo uno scintillio di melodie pop che non cercano artifici, ma che restano frizzanti, oneste, spontanee, capaci di accordarsi alle nostre frequenze più intime e personali.
Allora, forse, il mondo sembra meno insopportabile. Forse da qualche parte qualcuno sta provando a rimettere insieme i pezzi. E forse quel qualcuno siamo proprio noi, con la nostra consapevolezza, con le nostre scelte minime, ma quotidiane; con i pensieri che ci ostiniamo a coltivare. È questa la soluzione che i Royel Otis sembrano sussurrarci, soprattutto dal vivo, nei festival appena conclusi: una via semplice, una risposta che nasce dal basso e che sfida chi, dall’alto, continua a produrre e diffondere paura, incertezza e smarrimento.
È la stessa forza di quella flottiglia meticcia che, salpando da porti diversi del Mediterraneo, tenta la cosa più normale e insieme più rivoluzionaria del mondo: portare cibo, solidarietà, cure e dignità a chi viene affamato e condannato a morte, soprattutto bambini.
L’indie-pop dei Royel Otis si addentra così nell’amore vero: quello gratuito, che non chiede possesso, né controllo; quello che non obbliga e non manipola le vite altrui. L’altro “amore”, quello che opprime e che sfrutta, non dovrebbe appartenere a questo universo. “Hickey” appartiene, invece, alla dimensione opposta: quella dell’autenticità, della condivisione, della luce che filtra anche negli angoli più bui.


























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