Gli Shame non perdono la loro grinta, anzi con “Cutthroat”, quarto capitolo della loro avventura, alzano il livello dello scontro e lasciano cadere addosso all’ascoltatore una tempesta di suoni taglienti, abrasivi, incontrollabili. È un disco che non chiede permesso, che non cerca di compiacere, ma che colpisce, come un pugno nello stomaco, tutti i farabutti, le persone meschine e i figli di puttana che continuano a rendere questo mondo un luogo più sporco, più ingiusto, più cattivo, più corrotto e più degradato di quanto esso già non sia.
C’è, in queste canzoni, la celebrazione della passione, l’invocazione di un’energia autentica che non ha paura di mostrare i propri graffi, le proprie ferite e le proprie cicatrici. “Cutthroat” è un inno ai processi spontanei e naturali, al disordine vitale che ancora pulsa sotto la coltre di falsità, di superficialità, di artifici e di ipocrisie che infestano le nostre vite, la società, l’intera civiltà. È un disco che ci ricorda che la bellezza nasce dall’imperfezione, dal movimento e dalla collisione, non dalla sterilità di una superficie liscia e priva di anima.
Possiamo ballarci sopra, possiamo pogare, possiamo ridere in faccia al destino, ma gli Shame non si accontentano di essere solo la colonna sonora di una serata. Le loro
note rivelano, senza pietà, la tristezza che ci circonda: l’assenza di giustizia, la rarefazione della verità, la mancanza assoluta di empatia e amore. Al loro posto, regna un’aria viziata dai comportamenti predatori e dalle attitudini bellicose. Così tanti, troppo spesso, si lasciano schiacciare, manipolare, umiliare ed usare finché servono, per esser gettati via come spazzatura. E ciò che viviamo ogni giorno, nel piccolo delle nostre relazioni, si amplifica fino all’osceno quando entrano in gioco i politici, le istituzioni, gli Stati, i governi: il meccanismo diventa macchina, il sopruso sistema, l’ingiustizia regola.
Eppure “Cutthroat” non è un disco di resa. È un album di battaglia. Il punk-rock degli Shame si apre a nuovi territori, a infiltrazioni elettroniche che non ne intaccano la furia, ma anzi la ingigantiscono, come colonna sonora di un immaginario film apocalittico dove la voce narrante non è quella di un eroe, ma quella della nostra coscienza: un grido che ci inchioda alle nostre responsabilità, che ci impedisce di rifugiarci dietro la sobrietà cinica e asettica dei benpensanti, di quelli che si curano soltanto del loro insignificante giardino. Gli Shame ci dicono di buttarci nella mischia, di restare fedeli ai nostri sogni, di trasformare il caos in un’arma e il disordine in una danza. “Cutthroat” è il loro invito a non chinare la testa, a dare una spallata a tutti i venditori di menzogne che intralciano il nostro cammino.
Perché in fondo questo disco non è un semplice album: è una catena spezzata, è un coltello che lacera il velo dell’ipocrisia, è una bottiglia rotta lanciata in faccia al nemico. È punk, nel senso più puro, più viscerale, più necessario del termine.


























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