Perdersi può essere un atto di rottura.
In una società che pretende di conoscerci più di quanto noi conosciamo noi stessi, dove ogni passo, ogni parola, ogni desiderio viene tradotto in dati e in algoritmi, smarrirsi diventa una forma di resistenza. Perdersi significa sottrarsi allo sguardo del potere che tutto osserva e tutto cataloga, rifiutare l’idea di essere soltanto dei consumatori programmati, corpi docili che obbediscono a un percorso quotidiano di gesti ripetuti, di pensieri prefabbricati, di paure suggerite. È un atto di insubordinazione poetica, una deviazione nel traffico del mondo.
La band vicentina ci invita a questo smarrimento consapevole. “Sii Prudente” è il loro manifesto di libertà: uno sguardo laterale, obliquo, che ribalta la direzione abituale del vedere. Ci spinge a ritrovare il gusto di essere altrove, di esplorare i luoghi familiari come se li osservassimo per la prima volta. Ci invita a rallentare, a usare il tempo non come un capitale da investire, ma come un territorio da abitare. A scoprire i tesori che non si comprano, che non si gettano via: le pagine di un libro che ci sorprende, i respiri che appannano i vetri delle finestre, il rumore dell’acqua in un parco dimenticato, le luci al neon di un bar trovato per caso, una camminata notturna senza alcuna meta.
In un’epoca che ha paura del silenzio e dell’imprevisto, questo EP ci restituisce la possibilità del rischio, la vertigine dell’incertezza. Le sonorità post-hardcore dei Flâneur sono abrasioni ed abissi, fenditure che si aprono sotto i piedi e, al tempo stesso, crepe fantasiose su un altrove possibile. Ogni brano è un’onda che ci travolge e ci risveglia, un invito a respirare con più forza, a sentire di nuovo. Nelle loro trame taglienti, crude, istintive, si annida un’urgenza viscerale: quella di ricordarci che il tempo non è infinito, che ogni istante va vissuto fino al suo limite, perché nulla resta immutabile — tutto si consuma, si trasforma, si reincarna in nuove vite. Restare immobili, assoluti, convinti della propria purezza, significa essere già morti. Significa non vedere più le architetture mutevoli della realtà circostante, non ascoltare più le parole che cambiano, non lasciarsi toccare dalle emozioni, anche dolorose, che potrebbero salvarci. È la paralisi della disumanità. I Flâneur, invece, ci riportano in strada, tra i rumori e le voci del mondo, recuperando quello storytelling vagabondo e punkeggiante che unisce l’anarchia alla poesia, la rabbia alla tenerezza.
C’è, forse, qualcosa di scapigliato nel loro modo di cantare la perdita e la ribellione. Come gli autori della Milano di fine Ottocento, anche i Flâneur incarnano una rivolta lirica contro le regole e la normalità, un desiderio di smascherare l’ipocrisia della società borghese attraverso la bellezza ferita e vibrante della parola e del suono. La loro musica è una poesia scomposta, febbrile, attraversata da un bisogno di autenticità che sfida le convenzioni e le posture ordinarie e radiofoniche. È la voce di chi, per salvarsi, deve perdersi: nei vicoli, nei sogni, nelle distorsioni di una chitarra che grida come un verso di Tarchetti o di Praga, bruciato ma ancora vivo. Così, tra eco post-hardcore e lirismo sotterraneo, “Mirada” diventa una chiamata alla diserzione dal reale, una bussola impazzita che indica la direzione del cuore. Non più spettatori, ma erranti. Non più sorvegliati, ma invisibili. E liberi — finalmente — di perderci.


























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