Fotografie sonore: l’unico lascito di un tempo frenetico che spinge ogni cosa giù, in profondità, sotto i pesi insopportabili della vergogna, del peccato, del rimorso. “This Joyful Nostalgia” nasce da queste stesse correnti sotterranee, da onde che si urtano e si dissolvono nel ricordo, trovando pace solo nel momento in cui decidono di lasciarsi andare. La sua pacatezza elettroacustica non è quiete vera, ma un equilibrio fragile e laborioso, spesso sconvolto da improvvise folate di distorsione — furenti, improvvide, feroci, ma necessarie. Ogni brano è una scheggia di un tempo trascorso che non smette di respirare e vivere dentro di noi, una presenza fantasma che si rivela nei nostri gesti, nei nostri silenzi, nei timori che portiamo come ferite invisibili.
È un mare immenso, quello dello shoegaze: un mare fatto di inquietudine analogica e di riflessi digitali, di abissi in cui si perdono le proprie certezze e di isole dove approdano intuizioni magiche ed inattese. In questo mare si affondano i pensieri troppo ambigui e vulnerabili, ma si fortificano le idee e si incontrano ispirazioni e suggestioni sconosciute. Ma, come ci insegna, purtroppo, la
cronaca recente, si può anche scomparire, inghiottiti da un vortice di paura e di disperazione, oppure restare incagliati su una secca di ricordi, immobili davanti a una soglia mentale che non riusciamo più ad attraversare.
Le otto canzoni del disco tracciano una rotta sospesa tra sogno e concretezza, tra chitarre che avvolgono e dissolvono ed atmosfere di limpida malinconia. C’è un respiro cosmopolita che guarda lontano, oltre i confini del nostro Paese, verso paesaggi sonori dove il dream-pop si mescola a luci sintetiche, a echi remoti, a storie di grandezza e di caduta. Ogni brano è un frammento di stupore, ma anche un piccolo crollo interiore, un tentativo di dare forma a una realtà che sembra disgregarsi ogni volta che proviamo a comprenderla.
“This Joyful Nostalgia” è, dunque, un disco che non si limita a consolare, ma cerca di non soccombere all’oblio relativista, polemico e assordante della nostra epoca travagliata. Una cura fragile, poetica, intima ed appassionata, per non lasciare che la realtà venga modellata solo da quelli che sono i veri “cattivi”, dai costruttori di sogni bellicosi e di poteri senza volto. È una raccolta di scatti emotivi che, proprio come vecchie fotografie, cercano di trattenere la luce prima che essa svanisca, di conservare la delicatezza di un’emozione anche quando tutto, intorno a noi, implora di dimenticare.
E allora non resta che camminare dentro queste canzoni come in un paesaggio mentale, seguendo i passi della mente, quei sentieri che si biforcano e si richiudono, dove ogni suono diventa immagine, e ogni immagine un ricordo che tenta di salvarsi e di salvarci. Come in Jorge Luis Borges, anche noi ci perdiamo nel labirinto della memoria, tra le stanze dell’anima e i corridoi del sogno, là dove la nostalgia — finalmente — torna a essere gioia.


























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