giovedì, Febbraio 12, 2026
Il Parco Paranoico

“Woman Is The N****r Of The World”, a song by John Lennon

Il recente cofanetto “Power To The People”, dedicato a John Lennon, è – com’era prevedibile – ricco di contenuti, curato nei dettagli, ben documentato. Un tributo elegante, studiato per soddisfare tanto i fan storici quanto gli eredi, sempre attenti alla sacralità e alla remuneratività del mito. Eppure, dentro questa confezione lucida e rassicurante, qualcosa manca. O meglio: qualcuno è stato messo a tacere.

L’assenza del brano “Woman Is the N****r of the World” pesa come un silenzio deliberato, un taglio che non è solo musicale, ma culturale, politico, umano.

Perché è stata esclusa? Forse perché oggi le parole “scomode” fanno paura. Forse perché viviamo in tempi in cui si preferisce correggere le parole piuttosto che cambiare le cose, censurare invece di comprendere. Tempi in cui il perbenismo ipocrita si traveste da moralità, mentre dietro la patina digitale restano intatti gli stessi abissi: un mondo ancora maschilista, tossico e violento, dove la donna continua a essere temuta, ostacolata, umiliata. Le cronache lo ricordano ogni giorno – nei gesti, nei rifiuti puniti, nei femminicidi che non sono mai “raptus” ma sintomi di un male antico, radicato, strutturale.

E poi, c’è il resto del mondo. Paesi che continuano a perseguire politiche imperialiste, regimi che fondano la propria esistenza sulla discriminazione e sull’apartheid, governi che parlano di pace ma agiscono come macellai. Siamo proprio sicuri, allora, che tutti gli esseri umani nascano uguali? O dobbiamo ammettere che alcune vite valgono più di altre, che certi morti meritano più cordoglio, più giustizia, più visibilità? In questa scala di valori distorta, Lennon sarebbe una voce sgradita. Perché la sua musica non faceva sconti, non cercava approvazione: pretendeva verità.

Cosa direbbe oggi John Lennon di un presidente americano che, davanti alla Knesset, si vanta di possedere le armi più potenti del mondo e di averle generosamente concesse al governo israeliano di Netanyahu, con la stessa leggerezza di chi vende gadget e gingilli vari dal banco di una fiera? Probabilmente riderebbe amaramente. O forse griderebbe di nuovo “Power to the People” – non come slogan, ma come disperata invocazione di umanità.

E invece, noi cosa facciamo? Cancelliamo una canzone. Perché contiene una parola proibita, perché suona “fastidiosa” e “sconveniente”. E così ci convinciamo di aver risolto il problema: basta togliere il termine “nigger” e il razzismo sparisce, basta non nominare la violenza e la violenza evapora. Un trucco da illusionisti morali. In realtà, quella parola brucia ancora perché è viva, perché ci rimanda addosso l’immagine di ciò che siamo. Non l’abbiamo superata, l’abbiamo solo sepolta sotto la sabbia del politicamente corretto. Ma la sabbia, si sa, non copre a lungo le ossa.

Lennon lo sapeva bene. Nel 1972, con “Some Time in New York City”, aveva scoperchiato il vaso di Pandora dell’America democratica, denunciandone ipocrisie, guerre e ingiustizie. Oggi, di quella democrazia cosa rimane? E chi, davvero, può ancora dirsi libero in un mondo dove la libertà è una parola di marketing e la pace un pretesto per nuove guerre?

Abbiamo trasformato Lennon in un’icona pop, addomesticando il suo messaggio, svuotandolo di ogni radicalità. Ma “Imagine” non era una canzone di consolazione. Era una bomba poetica. E “Power To The People” non era uno slogan da poster, ma un invito a rovesciare i rapporti di potere, a strappare via le maschere, a restituire la voce agli ultimi.

Nelle sue canzoni non c’è spazio per l’imperialismo, per il colonialismo, per l’egemonia delle grandi potenze – né di ieri (Stati Uniti o Gran Bretagna), né di oggi (Cina o Israele o Russia). Chi tenta di “ripulire” John Lennon, di renderlo presentabile, compie un gesto violento e vigliacco. Perché la verità non si cancella omettendo una traccia da un cofanetto, né annacquando un messaggio con falso buonismo. La verità rimane. E continuerà a gridare attraverso ogni parola rimossa, ogni verso dimenticato, ogni accordo tagliato.

Il mondo dei sognatori – quello vero, quello di Lennon – non ha bisogno delle vostre armi, delle vostre economie, delle vostre religioni o delle vostre paure. Ha bisogno di parole libere, anche quando queste parole feriscono. Di canzoni che disturbano, che scuotono, che non si piegano.

Perché il sogno di John Lennon non era una fuga, ma una rivoluzione gentile. E finché qualcuno avrà il coraggio di cantarla, quella rivoluzione non morirà mai.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

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