Questo disco non è solo un insieme di canzoni, ma un cammino — un lento attraversamento di suoni, di visioni e di realtà. È un percorso da compiere con rispetto, con dedizione, con quella calma interiore che oggi sembra un lusso o una colpa. Serve tempo per assimilarlo, per imparare a conoscerlo come si conosce una persona amata: scoprendone i lati più oscuri, quelli più terrificanti e più misteriosi, ma anche quelli più luminosi, sinceri e vulnerabili. E sì, in un’epoca tanto frenetica e impaziente, rivendicare il diritto al proprio tempo — al tempo dell’ascolto, della riflessione, della risonanza — è quasi un atto di ribellione.
È un gesto rivoluzionario che ci espone al sospetto, che ci fa apparire fuori luogo, disallineati, alieni.
Come alieno, appunto, è Andrea Laszlo De Simone: estraneo alla claustrofobia mondana, alle narrazioni istantanee e superficiali del presente, alle connessioni continue che, spesso, disconnettono le persone tra loro. La sua musica abita un’altra dimensione, quella in cui l’arte torna ad essere un ponte verso ciò che è autentico, umano e naturale. “Una Lunghissima Ombra” è
un lavoro che respira in grande, che si muove su un territorio ampio e mutevole: attraversa il cantautorato e il rock cinematico, si lascia contaminare da deviazioni lisergiche, frammenti sintetici, improvvise aperture sperimentali. È un disco che, pur accogliendo l’elemento tecnologico e urbano, cerca, continuamente, il contatto con la terra e il cielo, con la verità delle emozioni, con la semplicità stupefacente del Creato.
Un Creato in cui convivono, armoniosamente, gli uomini e le loro città, i rumori della natura e il fluire elettrico dei circuiti digitali. Tutto si fonde, tutto dialoga: le nuvole limpide e gli orizzonti incontaminati si alternano a paesaggi urbani cupi, attraversati da ombre minacciose, ma anche rivelatrici. Ombre che non nascondono, ma svelano; che mostrano l’impronta dell’uomo sul mondo e sulla sua realtà, nel bene e nel male.
Il contatto con la realtà, in questo album, è diretto, sincero, inevitabile. È un confronto senza maschere, dove i pensieri trattenuti trovano, finalmente, voce, e la malinconia si trasforma in energia vitale, in tensione verso qualcosa di più alto. Andrea Laszlo De Simone ci costringe a guardare ciò che manca, ciò che abbiamo perduto, ma anche ciò che possiamo ancora costruire. Ci invita ad ascoltare i rumori del nostro tempo — il battito di un cuore, il silenzio di una stanza, il respiro del mondo — e a riconoscerli come parte di una stessa, immensa sinfonia.
Così, lungo il disco, si alternano e si confondono le molte forme della luce: spiragli, rifrazioni, bagliori, ombre. Giorni che si dilatano in notti, notti che si accendono di chiarori imprevisti. Tutto si mescola, si intreccia, si sfoga. Le canzoni non scorrono, ma fluttuano, si trasformano, si dilatano fino a riempire il cuore, fino a renderlo pesante di emozioni e colmo di senso. E alla fine, quando l’ascolto giunge al termine, resta la consapevolezza che l’ombra non è assenza di luce, ma la sua forma più intima e più protettiva. È uno schermo su cui proiettare i propri sogni, le proprie paure, i propri desideri. “Una Lunghissima Ombra” è questo: un film sonoro, un viaggio sensoriale e spirituale, un atto d’amore verso il tempo e verso la vita stessa.
Un disco che non si ascolta soltanto, ma si attraversa.


























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