I synth guardano fuori, al cielo e allo spazio. Non vogliono restare aggrappati a nulla: rifiutano ogni sicurezza terrena, ogni certezza materiale, e aspirano a completarsi lassù, tra le stelle, dove il suono diventa respiro e il tempo si dissolve. Ma non è una fuga, né un sogno ingenuo di evasione: i Tortoise sanno perfettamente cosa li circonda. Le loro trame post-rock restano vivide, pulsanti, immerse in un equilibrio instabile tra ricerca psichedelica e passaggi nervosi, claustrofobici, come le giornate che viviamo — sempre più strette, sempre più in apnea.
C’è in “Touch” una tensione continua tra elevazione e gravità, tra la necessità di comprendere e quella di lasciarsi andare. È il riflesso di ciò che siamo: esseri che si scontrano quotidianamente, gli uni contro gli altri, in un inseguimento affannato di soddisfazioni e bisogni che si rivelano inutili, velleitari, effimeri. Eppure, sotto la superficie, sappiamo che esistono forze invisibili, misteriose, che sfuggono al controllo umano e potrebbero mutare il corso del destino, qualunque sia il potere o l’influenza che crediamo di avere sulla Terra.
“Touch” è un disco alieno, ma vivo. Perduto nei meandri cinematografici dello space-rock più fluido e ricercato, e al tempo stesso impregnato di terra e asfalto, di odori e rumori, di Chicago, dell’America e delle sue notti che non finiscono mai. È un disco che respira, che conosce la fatica del vivere e la bellezza del riscoprirsi umani. Ogni brano si muove come una corrente che sale e scende, che accarezza e poi travolge, oscillando tra groove incandescenti e malinconie improvvise, mentre un cielo in trance ci osserva — silenzioso, magnifico, lontano. Là dentro, tra le nuvole gonfie di sonorità progressive e funk, si riflettono i nostri pensieri nascosti, le attese che ci consumano, le emozioni che rincorriamo come fossero comete. E quando finalmente le sfioriamo, ci accorgiamo che la semplicità di un’emozione autentica è ancora la sola cosa che ci fa sentire davvero bene.
Forse dovremmo imparare da questo disco. Smetterla con i ragionamenti e le strategie, con i bilanci di costi e benefici che ci dissanguano l’anima. Ogni calcolo è una resa. Ogni battaglia sterile ci logora, ci sottrae tempo e vitalità, ci riduce a funzioni, a numeri, a dati. E quel tempo, una volta tradotto in lavoro, in codici binari, in pacchi pronti a partire da un magazzino Amazon, non tornerà più indietro. È una condanna che suona come un loop infinito.
Ecco, allora, il senso ultimo di “Touch”: non farsi fregare. Non scomparire nel silenzio di questi meccanismi iniqui e liberisti, che promettono libertà e consegnano alienazione. Ritrovare invece il tempo, quello vero — quello che si misura in respiri, in battiti, in sogni. Prenderselo, difenderlo, abitarlo. Perché anche solo un istante vissuto con consapevolezza, con sguardo lucido e cuore aperto, può valere più di mille ore di produttività cieca.
E così, mentre i synth continuano a guardare il cielo, noi possiamo guardare dentro di noi. Scoprire che l’infinito non è altrove: è proprio qui, nel suono che vibra, nel corpo che sente, nel desiderio che non si arrende mai.






















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