Barcelona, Sala Apolo.
L’aria satura di attesa, i respiri che si intrecciano. Il locale è gremito, e sembra trattenere il fiato: due figure, una di fronte all’altra, Iosonouncane e Daniela Pes, stanno per aprire una frattura nel tempo. Non è un concerto nel senso tradizionale del termine, ma è un rito elettronico ed ipnotico, un viaggio cosmico dentro l’anima collettiva, dove passato e futuro si guardano e si riconoscono.
Le prime onde sintetiche si espandono come nebbie luminose, mentre i suoni si cercano, si scontrano, si fondono. C’è un respiro arcaico che si fa musica, un battito antico che si contamina di sintesi e di luce, come se le viscere della Sardegna — quella più remota, ancestrale e magica — dialogassero con i satelliti in orbita nello spazio, con l’infinito. La sala diventa un ventre cosmico, una costellazione di corpi e di frequenze: il pubblico non è più spettatore, ma parte di un organismo pulsante.
Il concerto è sintesi vivente, l’equilibrio miracoloso tra radici e visione. C’è la fatica di un lavoro di ricerca autentico — nelle tradizioni, nei canti, nei dialetti e nelle lingue dimenticate — ma anche la tensione ad oltrepassarli, a farli esplodere in un linguaggio nuovo, meticcio, accogliente, senza centro e senza confini. Iosonouncane e Daniela Pes costruiscono una geografia sonora inedita, un paesaggio che non appartiene a nessun luogo: Mediterraneo e siderale, terrestre e lunare, come una suite psichedelica del futuro.
La loro musica non rassicura: scuote, confonde, ipnotizza. È una materia in continua trasformazione, dove l’elettronica non cancella l’umano, anzi i synth lo potenziano, lo rendono più profondo, più vasto, più vulnerabile, più sensibile. È la prova che la libertà non è fuga, ma presenza assoluta, capacità di stare nel proprio corpo e nel proprio tempo, attraversandolo con grazia e con furore.
Le loro voci sono come due forze primarie: lei è sospesa tra sogno e rito; lui è più denso, spigoloso, terreno, come fosse una montagna che si sgretola. Ascoltarli
sullo stesso palco è come evocare il cielo e la terra, lo spirito e la carne, la nascita e la fine. Ogni nota sembra interrogare il nostro stesso ruolo nell’universo: chi siamo? Ed intanto la musica ci attraversa e ci spoglia di ogni conveniente e facile definizione. In un mondo che tende a semplificare, a ridurre tutto ad un clic, un algoritmo, un’etichetta, questo concerto è una dichiarazione di libertà profonda.
La libertà di essere indefiniti. Di lasciarsi attraversare dal suono senza chiedergli un nome, uno stile, un confine. Di accettare che la bellezza, a volte, non spieghi nulla, ma possa illuminare tutto. E quando l’ultimo riverbero si spegne, il silenzio non è assenza, ma pienezza. Resta sospeso come una preghiera ancestrale, come un sogno collettivo che nessuno vorrebbe interrompere. In quell’istante si comprende che la musica di Iosonouncane e Daniela Pes non parla di luoghi o di generi, ma di umanità: dell’istinto di cercare un suono che ci unisca, che ci restituisca un senso di appartenenza cosmica.
È un concerto che non finisce mai davvero: continua dentro di noi, nelle nostre stesse vene, nei nostri pensieri, nelle nostre idee, nei nostri ricordi. Un suono che resta addosso come una cicatrice abbagliante, come il segno di un incontro con qualcosa di immensamente vivo.


























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