Un doppio filo intrecciato attraversa le canzoni di “Neu Om”: da una parte tradizioni remote, ancestrali, quasi dimenticate; dall’altra uno sguardo metropolitano, inquieto, immerso nelle contraddizioni del presente. È un intreccio che non cerca sintesi rassicuranti, ma tensione. Sperimentazione e folklore si osservano, si sfiorano, si contaminano, mentre una ragnatela oscura si espande su un mondo sempre più fragile, pericoloso, instabile. Un mondo che sembra sul punto di spezzarsi sotto il peso delle proprie bugie.
Le ritmiche tribali che percorrono l’album affondano in una dimensione primordiale, richiamano un tempo in cui il suono non era intrattenimento, ma rito sacro; non consumo, ma necessità. Eppure Amanda Mur non guarda al passato con nostalgia: utilizza con lucidità le innovazioni tecnologiche, le stratificazioni elettroniche, le possibilità offerte dal digitale, trasformandole in strumenti di evocazione. Il risultato è un paesaggio sonoro ipnotico, magnetico, che ci ricorda quanto le nostre esistenze siano inevitabilmente connesse — non solo tra di loro, ma con gli spiriti, le forze naturali, le energie invisibili che fingiamo di non percepire più.
Fingiamo di aver dimenticato tutto questo. Costruiamo piccoli palazzi d’oro in mezzo a deserti di disperazione umana e, da quelle torri fragili e scintillanti, pretendiamo di amministrare libertà e giustizia. Decidiamo, con arroganza e follia, cosa sia lecito, cosa sia bello, cosa sia necessario. “Neu Om” osserva questo delirio con uno sguardo freddo, ma partecipe, come se il suono stesso fosse un atto di resistenza contro l’illusione di controllo che permea la nostra epoca.
L’album assume una consistenza dark-ambient, attraversata da misticismo, da pulsioni rituali, da divagazioni sintetiche ed elettroniche che non perdono mai il contatto con la contemporaneità. Ogni traccia sembra interrogare il nostro modo di abitare il tempo e lo spazio: è davvero sufficiente ripetere le stesse azioni, occupare gli stessi ruoli, consumare gli stessi simboli? O abbiamo bisogno di uno slancio verso l’alto, di una visione condivisa, del coraggio di sollevare quella tela opaca che ci impedisce di vedere le risposte che desideriamo — e che forse temiamo?
In un mondo che la pandemia ha consegnato alla guerra, dove il progresso tecnologico convive con un’incapacità cronica di scegliere strade che non conducano a dolore, sofferenza, distruzione e morte, “Neu Om” si muove come una voce fuori dal tempo. È il passato che torna a parlarci, ma anche il fantasma di un futuro catastrofico che già incombe. È un crocevia di musiche che non vogliono confortare, ma liberare: liberarci dalla menzogna, dall’autocompiacimento, dalle scatole anguste della convenienza e del finto benessere.
Perché l’album ci mette davanti a una verità scomoda: non siamo al sicuro, non siamo in pace, non siamo salvi. E finché continueremo a pensare che tutto questo sia una questione individuale — della nostra parte, del nostro recinto, della nostra cerchia — non lo saremo mai. “Neu Om” non offre soluzioni facili, ma apre un varco. E in quel varco, tra rito e tecnologia, tra ombra e consapevolezza, ci invita a guardare davvero dove stiamo andando.


























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