Lo spazio ci attende.
La Terra non era che un punto d’origine, una soglia. Lassù, tra le stelle, forse ritroveremo un equilibrio che non ha più bisogno di essere spiegato o difeso. Un equilibrio che non deve convincere nessuno, né piegare le parole fino a trasformarle in bugie, minacce, ordini, accuse, rimpianti o vane promesse.
È questo che si respira all’Open Sound Festival: Matera si connette a uno spazio altro, in cui le promesse si dissolvono, si sbriciolano come polvere cosmica. Restano soltanto come echi lontani di un’epoca illusoria e ostile, in cui il linguaggio era un’arma e il futuro una finzione da vendere.
Nella seconda serata del festival, con le esibizioni di Katatonic Silentio, Lorem e soprattutto Kode9, il futuro non è mai stato così reale. Le sonorità industriali, techno, dubstep e rave sprigionano brillantezza e ironia, ma, allo stesso tempo, proiettano un’ombra oscura e tagliente sulle scelte che ci attendono già adesso, in questo presente traumatico e violento fatto di guerra, di fratture e di divisioni. È musica che non consola: interroga, mette in tensione, costringe a guardare.
Attraversare suoni ed epoche differenti per unire – musica che ricuce ciò che il tempo separa.
Nella prima serata, infatti, le trame acustiche e folkeggianti di Alfio Antico — cariche di memorie, racconti, ritualità — si
erano intrecciate con il dj-set di Bassolino, immerso in atmosfere mediterranee e pulsazioni contemporanee. E mentre queste musiche scorrevano nella notte, facevano ciò che, da secoli, fa il torrente Gravina: scavare, insistere, modellare, plasmare. Con mano paziente e inesorabile. Così il paesaggio diventa memoria incarnata, e ogni passaggio non è solo un varco nello spazio, ma una cucitura invisibile tra ciò che siamo stati e ciò che, ostinatamente, continuiamo a diventare.
La terra, l’acqua, la loro spiritualità ci circondano e ci abbracciano. È una sensazione che riaffiora con forza anche nel set di Mai Mai Mai: il coraggio di riempire il vuoto lasciato dalla morte, dalle bombe, dai missili e dalla devastazione con la vita, con il respiro primordiale: un lievito madre capace di abbattere barriere, muri, confini, attraversare generazioni, scavalcare linguaggi, culture, colori, teorie, religioni.
È musica che cresce per fermentazione lenta. Si nutre di ciò che è stato e lo trasforma. Trova nei ricordi la propria strada segreta. È la strada che percorre anche Gaia Banfi, che rimescola la storia e la fa vibrare per renderla presente. Così il vuoto smette di essere assenza e diventa spazio fertile: un luogo in cui il passato non trattiene, non ferisce, non uccide, ma spinge in avanti. E la pietra — plasmata dall’acqua e dallo sguardo umano — finisce per assomigliarci: prende la forma dei nostri crolli e delle nostre vittorie, dei fallimenti che pesano e dei trionfi che resistono.
È il momento dei Post-Nebbia. I ragazzi ci mettono l’anima. Non credono che tutto debba passare per
un numero, una cifra, un mero rapporto economico. La loro musica non è un oggetto replicabile all’infinito, né una scenografia da consumare in fretta: è materia viva, visione appassionata e consapevole, presenza reale.
E così ci ritroviamo alla fine: Matera, noi stessi, il mondo.
L’Open Sound Festival non è nostalgia da cartolina, ma un atto creativo che guarda avanti. Un gesto capace di onorare ciò che è accaduto senza trasformarlo in una copia senz’anima. Uno spazio che non chiude, ma apre, sogna, costruisce.
Ed è forse qui il senso più profondo di tutto questo: la capacità di contaminarsi, senza mai disperdersi; di attraversare generi musicali differenti — il folk e l’elettronica, l’indie-rock e le visioni cinematografiche — senza perdere la propria essenza. Non come semplice esercizio di stile o accumulo di linguaggi, ma come gesto necessario, armonioso, vitale. Perché l’identità non è una fortezza da difendere, ma un organismo che respira, che muta, che cresce.
L’Open Sound Festival, dunque, non è e non sarà mai un approdo fine a sé stesso, né un punto fermo da celebrare. È un viaggio che rifiuta l’ostilità e gli slogan preconfezionati, promettendo continuità, trasformazione, meraviglia. Un cammino che resta in evoluzione perenne, pronto a sorprendere ancora, a mettere in dialogo ciò che sembra distante, a ricordarci che la musica — quando è vera — non finisce mai dove crediamo.

























Comments are closed.