Quando un anno finisce, sono tante — a volte troppe — le voci che si accavallano e si confondono nell’aria. I giorni che precedono la fine restano sospesi come particelle di polvere illuminate da una luce obliqua: il tempo stesso sembra incepparsi, rallentare, trattenere il respiro insieme a noi. È un momento fragile, in cui i ricordi si accalcano e il futuro appare ancora informe, prima che il flusso riprenda a scorrere e ci trascini altrove.
È un cerchio, e dentro quel cerchio ci siamo tutti. In epoche diverse, in geografie lontane, in geometrie emotive che raramente coincidono. Il Parco Paranoico, nonostante i suoi pochi anni di vita, nasce proprio da qui: dal tentativo ostinato di unire presente e passato, di far dialogare le generazioni, di attraversare il tempo non come una linea retta, ma come una spirale. Sempre e comunque passando dal cuore, perché è lì che il tempo lascia davvero i suoi segni.
Nel 2019, la nostra prima scelta come album dell’anno cadeva su “Fear Inoculum” dei Tool. Un disco che non chiedeva di essere consumato, ma abitato. Un’opera che invitava a smettere di contare il tempo come una risorsa da sfruttare, ricordandoci che, in fondo, siamo poco più che respiri, bagliori fugaci nella notte, vibrazioni destinate a dissolversi. Un antidoto alla paura, più che una semplice colonna sonora.
L’anno successivo, il 2020, fu segnato da “A Hero’s Death” dei Fontaines D.C.: il congedo solitario di un eroe stanco, che osserva un mondo diventare ogni giorno più piccolo, più inospitale, più malato e più arrabbiato. Era la fotografia perfetta di un’epoca che scopriva la propria fragilità strutturale, mentre l’idea stessa di comunità iniziava a sgretolarsi.
Nel 2021 arrivò “Spare Ribs” degli Sleaford Mods: rabbia pura, crisi permanente, solitudine elevata a condizione esistenziale. L’isolamento non era più un incidente, ma uno status vivendi. E intanto né Londra, né nessun’altra città sembravano più in grado di lanciare un grido di rivolta davvero clashiano: tutto appariva compresso, imploso, trattenuto.
Il 2022 segnò il ritorno dei Fontaines D.C. con “Skinty Fia”, un disco diverso, più stratificato, più consapevole. Il tentativo di riprendersi il futuro partendo dalle radici profonde, dalle narrazioni perdute, dalle antiche tradizioni — anche quelle più scomode, contraddittorie, persino cattive. Come se solo accettando le proprie ombre fosse possibile immaginare una via d’uscita.
Nel 2023, “Gigi’s Recovery” dei The Murder Capital ha unito in un unico gesto l’inizio e la fine. Un trattino sonoro capace di esorcizzare l’inquinamento digitale delle nostre vite materiali, restituendo centralità al corpo, alla presenza, alla ferita come luogo di verità.
Poi, nel 2024, gli Smile hanno spalancato nuove prospettive con “Wall of Eyes”, ampliando lo schermo magico, etereo ed elettronico della vera bellezza. Un disco che sembrava guardare il mondo attraverso superfici riflettenti, deformanti, invitandoci a non fidarci troppo di ciò che vediamo.
E infine il 2025, con “Pain to Power” dei Maruja: un mantra incalzante e rabbioso che prende il dolore, lo ribalta, lo smonta, lo sminuzza e lo ricompone. Non per negarlo, ma per rilanciarlo come impulso vitale, come esigenza di verità, conoscenza, solidarietà e giustizia. Un disco che non chiede di anestetizzare la paura, ma di attraversarla insieme.
Guardando questo percorso, appare chiaro che gli album scelti dal Parco Paranoico non sono semplici dischi dell’anno. Sono stazioni di un viaggio collettivo dentro un tempo spesso perduto, o terrorizzato dalle proprie ossessioni tecnologiche, dalle proprie manie di controllo, dalle proprie pericolose fughe in avanti senza memoria. Ogni scelta è un tentativo di resistere all’inerzia, di restituire profondità al presente, di ricordarci che la musica — quando è necessaria — non serve a riempire il tempo, ma a renderlo accettabile.


























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