Cos’è il fascismo oggi?
Non è più un partito, non è più una sigla, non è più nemmeno un’ideologia nel senso classico del termine. Il fascismo contemporaneo è, prima di tutto, un modo di stare al mondo. Non chiede adesioni formali, non pretende tessere, non invoca miti fondativi. Agisce in silenzio, come un’abitudine. È un atteggiamento, è una postura morale che si è fatta senso comune.
Il fascismo moderno è l’esercizio del potere senza giustificazione. È il disprezzo sistematico per i più deboli, per i fragili, per i poveri. È la confusione deliberata tra forza e verità, tra successo e legittimità, tra vittoria e giustizia.
In questo senso – ed è necessario dirlo senza ipocrisie – figure politiche come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu, Recep Tayyip Erdoğan, e molti altri, anche in Italia, a destra come a sinistra, incarnano pienamente questa forma di fascismo. Non quello storico, riconoscibile, musealizzato, ridotto a reliquia del Novecento, ma quello post-ideologico, che non ha più bisogno di simboli univoci.
Gli bastano corpi complici e disponibili.
È esattamente questo il fascismo che Andrea Pazienza aveva intuito, previsto, raccontato. Non nei comizi, non nella satira politica diretta, ma nella carne viva dei suoi personaggi.
Il suo nome è Zanardi. Zanardi non crede in nulla. Non ha ideologie, non ha visioni, non ha un’idea di futuro. E soprattutto non ha morale, non prova colpa, non conosce il rimorso. Proprio per questo può fare tutto. Come molti leader contemporanei, Zanardi vive dentro una legge unica e brutale: la legge della sopraffazione.
Chi è forte agisce. Chi è debole subisce. E chi subisce, in fondo, se lo merita.
Nel fascismo moderno la forza non è più uno strumento. È un valore in sé. Va esercitata ovunque: nelle scuole, nei rapporti sociali, nelle relazioni professionali, nella politica internazionale. Con la
certezza che ogni sopruso, ogni violenza, ogni abuso godrà di una tutela implicita: l’impunità.
Ed è qui che il fascismo del nostro tempo si rivela per ciò che è davvero. Non promette grandezza, non promette eroismo, non promette un destino collettivo. Promette qualcosa di molto più seducente: la possibilità di non rispondere di nulla. Non chiede di credere in qualcosa. Chiede soltanto di rinunciare alla responsabilità. Di considerare superflue le leggi, fastidiose le istituzioni sovranazionali, inutili i vincoli del diritto internazionale.
Le democrazie, intanto, vengono svuotate, derise, umiliate, ridotte a procedure asettiche, prive di empatia, prive di umanità, buone solo a ratificare rapporti di forza già stabiliti altrove. È questo, forse, l’avvertimento più profondo che ci arriva da Pazienza. Il vero trionfo del fascismo non è la violenza, ma la cancellazione della colpa.
Rendere il senso di responsabilità qualcosa di antiquato. Trasformare il rimorso in una debolezza. Esaltare l’assenza di etica come una conquista culturale, come progresso, come un balzo evolutivo dell’essere umano. In questo mondo: nessuno chiede più scusa, nessuno si ferma a interrogarsi, nessuno si sente obbligato a rispondere delle proprie azioni. Prosperano così il cinismo, la brutalità verbale, un realismo tecnologico e amorale che ci anestetizza, che ci rende indifferenti, che ci convince che tutto sia inevitabile.
Questo fascismo non marcia. Non si riconosce mai come tale. Non alza bandiere.
Cammina. Sorride. Consuma. Giudica con disprezzo.
E soprattutto ci somiglia.
Perché vive ogni volta che rinunciamo a farci domande. Ogni volta che confondiamo la forza con la ragione. Ogni volta che smettiamo di sentirci responsabili. Ed è proprio per questo che non potremo mai dirci innocenti.

























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