I Virginiana Miller tornano da dove pochi, oggi, hanno il coraggio di tornare: dal passato. Ma non si tratta di un passato imbalsamato nella nostalgia o cancellato dal silenzio, bensì è un passato protetto e custodito. Un silenzio che non è assenza, né rinuncia, né fuga, né abbandono: è amore. È la forma più alta della cura. È il luogo in cui ciò che conta davvero resta intatto, sottratto alla voracità distratta e compulsiva dell’altro mondo – quello social e virtuale – al quale, sempre più spesso, affidiamo la nostra esistenza, finendo poi per smembrarla, svuotarla, annichilirla, renderla una superficie liscia e senza alcuna profondità.
In quel mondo iperconnesso e urlato, l’esperienza umana perde il suo peso specifico: scompaiono gli errori, le false partenze, i passaggi a vuoto. Eppure, sono proprio questi inciampi a renderci ciò che siamo, a temprarci, a insegnarci cosa e chi merita, davvero, attenzione, lontano dal rumore, dal pettegolezzo sterile, dalle parole gridate per non dire assolutamente nulla. La fine del patriarcato nasce esattamente qui: da una sottrazione, da un passo indietro che è, in realtà, un gesto radicale.
Guardando a un tempo più lento – forse ingenuo, forse imperfetto, ma ancora capace di attribuire valore alla parsimonia dei sentimenti – i Virginiana Miller entrano in questo nuovo anno senza illusioni. Il pianeta ha compiuto l’ennesimo giro intorno alla sua stella, ma quaggiù nessuna rivoluzione è arrivata davvero. Gli eserciti continuano ad armarsi, l’economia globale continua a nutrirsi di guerra, mentre odio, razzismo, intolleranza e follia restano il carburante quotidiano di un sistema che si ostina a difendere idee esauste, marce, tossiche, ormai incompatibili con qualsiasi etica.
Non serve chiamare in causa Dio – misericordioso o vendicativo, giusto o crudele, pacifico o sanguinario – perché di tutti i nostri superbi costrutti mentali, delle leggi erette a sua presunta immagine e somiglianza, nonché delle visioni, spesso contraddittorie e infantili, che abbiamo della vita, non sembra interessargli proprio nulla. E, forse, dovremmo imparare a fare lo stesso. Scrivere davvero quella parola che tanto temiamo: fine. Fine a un trascinamento lungo, stancante, ostile, mortale.
La fine del patriarcato non è solo uno slogan ad effetto, né una bandiera ideologica, ma è un invito a disinnescare un imbroglio antichissimo, più vecchio di qualsiasi Natale e di qualsiasi medicina. Un inganno fondato sul possesso, sul controllo, sulla prevaricazione, che vengono, puntualmente, mascherati da ordine, da tradizione, da destino. I Virginiana Miller suggeriscono, invece, un’altra possibilità e cioè quella di assaporare la vita per come ci viene donata, sentirci parte dell’azzurro del cielo o del sale del mare, senza il bisogno di aggrapparci ad assiomi consunti e a simulacri polverosi per giustificare la nostra fame di violenza.
Perché è proprio la fine a segnare l’inizio. Forse l’unica legge – divina o semplicemente umana – che valga davvero la pena ricordare per sempre.


























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