venerdì, Gennaio 23, 2026
Il Parco Paranoico

La fine di Stranger Things: eroi per un giorno o mostri per sempre?

La fine può essere spettacolare, emozionante, mitica, persino catastrofica. Ma resta, sempre e comunque, un atto di separazione. Un distacco netto, doloroso, irreversibile. La fine di “Stranger Things” è soprattutto questo: l’abbandono forzato di personaggi, di legami, di luoghi e di traiettorie narrative che, stagione dopo stagione, si erano insinuati nella nostra quotidianità come presenze familiari, quasi necessarie. Nessun lieto fine, per quanto ben costruito o consolatorio, può davvero colmare il vuoto lasciato da un investimento emotivo così profondo. Al massimo, può anestetizzarlo per qualche ora, prima che un’altra serie – se saremo fortunati – venga a reclamare il nostro tempo e la nostra attenzione.

È un meccanismo antico, lo stesso che tiene avvinti i lettori alle pagine di un romanzo, ma che, oggi, con le piattaforme di streaming, si consuma in modo più rapido, compulsivo, frenetico. Tutto accade più in fretta, tutto brucia prima. Proprio come nella vita reale, dentro quel vortice incessante di incontri, di relazioni e di separazioni che spesso non riusciamo nemmeno ad elaborare fino in fondo. C’è sempre qualcosa che ci sfugge, qualcosa che capiremo troppo tardi, quando non serviranno più né ossari di colpe, né inventari di rimorsi.

“Stranger Things” è stata una serie fantastica e fantascientifica, certo, ma anche un grande sguardo retrospettivo sull’ingenuità, sulla curiosità e sulla fame di scoperta degli anni Ottanta. Un’epoca in cui gli adolescenti avevano ancora il tempo di restare tali, senza dover sacrificare, immediatamente, la propria innocenza sull’altare di una dimensione virtuale che, oggi, appare infinitamente più pericolosa di qualsiasi Abisso o ponte dimensionale. Perché il Sottosopra, alla fine, era solo una metafora. Il vero orrore, quello autentico, vive altrove: in un sistema invisibile che controlla, condiziona e manipola, sfruttando le nostre paure come leve di potere.

Ed è forse qui il segreto più profondo del successo della serie. La storia era esattamente quella che ci aspettavamo: un gruppo di ragazzi, l’amicizia come baluardo, le perdite inevitabili, gli addii che fanno male. Ma con una differenza decisiva. Nel racconto dei fratelli Duffer, il mondo progettato dal Mind Flayer viene sconfitto. Nella realtà, invece, quel mondo ostile fatto di ingiustizia, violenza e morte lo abitiamo già da anni, incapaci di prenderne le distanze, di immaginare davvero alternative, di credere fino in fondo ad un futuro migliore – che sia un domani senza guerre o il paese con tre cascate che Mike Wheeler promette, ingenuamente, a Undici.

A ben guardare, il personaggio che più ci somiglia non è l’eroe, ma colui che, per stagioni, abbiamo indicato come il male assoluto: Vecna. Alla fine si rivela per ciò che è sempre stato: una pedina compiacente. Qualcuno che ha scelto la strada più facile, quella che non obbliga a resistere, che non impone conflitto morale, che permette di sorvolare su qualsiasi principio etico in cambio di protezione, di potere, di impunità. Vecna non è solo un mostro: è un individuo solo, fragile, senza legami, che decide di radicalizzarsi nel male e di diventarne la mano – o meglio, l’artiglio – con cui ferire, uccidere, infliggere dolore.

I Duffer ci hanno mostrato un male che, nelle sue incarnazioni – da quella cosmica e tentacolare del Mind Flayer a quella ancora vagamente umana di Vecna – può essere sconfitto. Ma questa non è la verità del mondo che ci circonda. Qui l’orrore persiste. L’orrore divide. L’orrore amplifica le fratture, trova sempre nuove idee pronte a giustificarlo, anche quando quelle idee sono distorte, compromesse, cieche, disumane. Altrimenti non assisteremmo ancora a barche di migranti inghiottite dal mare, a bambini che muoiono di fame e stenti, a missili e droni che colpiscono case, a esseri umani uccisi per la loro fede, la loro lingua, le loro usanze.

“Stranger Things” finisce, ed è giusto che finisca. Ma il suo vero lascito non è nel Sottosopra sconfitto: è nello specchio che ci lascia davanti. Uno specchio che ci chiede, senza effetti speciali, se vogliamo continuare a vivere come Vecna – comodi, obbedienti, protetti dal cinismo – o se siamo ancora capaci di credere, come quei ragazzi di Hawkins, che un’altra possibilità esista davvero. Anche quando fa paura. Anche quando costa tutto.

E poi resta “Heroes”. Non come colonna sonora qualunque, ma come sigillo morale, come ultimo respiro di senso. La canzone con cui David Bowie parlava di eroi fragili, temporanei, imperfetti: “just for one day”. Non salvatori, non vincitori assoluti, ma esseri umani che, anche solo per un istante, scelgono di stare dalla parte giusta, di resistere, di non voltarsi dall’altra parte.

Chiudere “Stranger Things” con “Heroes” non è solo un omaggio nostalgico agli anni Ottanta, ma un atto di fede senza compromessi. Un’idea minima e potentissima di speranza: non quella che promette salvezze eterne, bensì quella che ci chiede il coraggio del presente. Essere eroi non per sempre, non per la storia, ma adesso. In un mondo che assomiglia sempre più al Sottosopra, forse è l’unica speranza che ci resta davvero: non sconfiggere definitivamente il male, ma non diventare la sua mano.

Anche solo per un giorno.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

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