Estetiche solari e crepuscolari convivono come due universi in lenta collisione, mentre le trame alternative-folk degli Index For Working Musik smettono presto di appartenere alla terra e cominciano ad evadere verso una dimensione altra, eterea, onirica e sperimentale. È un mondo invisibile e sovrapposto a quello reale, una geografia segreta che non si attraversa con le semplici mappe, ma seguendo una scia di evocativi accordi sospesi, lasciati dalla band inglese come preziosi segnali luminosi nello spazio profondo. Non sono indicazioni rigide, non promettono approdi sicuri, ma servono, piuttosto, a non smarrirsi, a lasciarsi seguire, ad entrare in uno stato di ricezione e di ascolto in cui le idee, le percezioni e le sensazioni si diffondono lentamente, in ogni nostro substrato emotivo ed esistenziale, pronte a trasformarsi, un giorno, in qualcos’altro. Forse non in ciò che pensiamo di cercare o di dover ottenere, ma in una nuova visuale, in un diverso modo di stare al mondo.
In “Which Direction Goes The Beam” il viaggio diventa astrale ed onirico, un movimento obliquo che riflette il nostro tempo storico e insieme prova a trascenderlo ed oltrepassarlo. Abbiamo toccato con mano l’epoca della pestilenza e dell’isolamento, e ora sprofondiamo in quella della guerra e della devastazione. In questo scenario, l’album sembra suggerire che solo il cielo — reale o metaforico che sia — possa
ancora garantirci una rotta migliore: un’alternativa liberatoria, una possibilità inattesa, una pace che non osa più presentarsi come certezza virtuale e superficiale, ma come visione fragile, veritiera e da proteggere.
I suoni, intanto, si espandono e si deformano. Il riverbero dilata le distanze, le ombre penetrano nei pattern sonori, le forme diventano sempre più caotiche e sfuggenti. Bianco e nero si confondono fino a perdere i contorni, i bordi diventano il centro ed il centro esplode in più di mille frammenti. Ognuno ne trattiene uno: alcuni sono ammalianti, altri crudeli; alcuni melodici, altri apertamente cacofonici. È una musica che non chiede di essere compresa in modo lineare, ma abitata, vissuta, conosciuta ed attraversata come un paesaggio, mutevole ed instabile, che cambia ad ogni passo.
Le canzoni si fanno diluite, atmosferiche, percorse da essenze quasi magiche. Sembrano popolate da creature provenienti dalle stelle, da pianeti remoti, da galassie governate da fisiche e chimiche totalmente diverse dalle nostre: più ingenue, più sincere, più leali, meno opprimenti e meno bellicose. Ascoltandole viene il sospetto che, forse, un tempo, anche la nostra specie fosse così. Creature sorprendenti, capaci di sentire scorrere dentro di sé il flusso degli astri e delle comete, prima che la storia, il potere e la paura ci rendessero tristi, scontati, opachi e diffidenti.
Oggi non resta che il sogno, il ricordo, la memoria come ultimo rifugio. Ma è proprio lì che l’album trova la sua forza più autentica: nel trasformare la nostalgia in uno slancio, la perdita in una possibilità. E mentre tutto sembra precipitare, lo sguardo di Ziggy Stardust ritorna, puntualmente, a rammentarci il salto, l’estasi, la scommessa, la visione. Non come fuga definitiva, ma come atto di liberazione poetica: guardare ancora verso l’alto, seguire la scia di luce, e chiedersi, senza paura, in quale direzione si stia muovendo.




![Red, Pinhdar [video]](https://www.paranoidpark.it/wp-content/uploads/2026/02/PINHDAR-1-140x90.jpg)





















Comments are closed.