Con “Deceptacon”, gli Sprints mettono mano a uno dei brani più iconici del punk-rock contemporaneo, firmato Le Tigre, e lo fanno senza nostalgia, né reverenza museale. È una cover che vive di corpo, ritmo ed urgenza: una canzone per divertirsi e ballare, certo, ma anche per muoversi dentro il tempo, attraversarlo. È il tipo di pezzo che funziona in viaggio — in compagnia o da soli — mentre il paesaggio fuori dal finestrino si deforma, accelera e si piega al flusso dei nostri pensieri. In quel movimento tornano a galla fatti che credevamo archiviati, incendi che non bruciano più allo stesso modo. Ciò che un tempo faceva male ora è remoto e distante, quasi osservabile, e le domande cambiano forma: diventano ombre, ma anche spunti concreti e punti di appoggio per capire dove siamo finiti.
Questa rivisitazione arriva mentre gli Sprints si preparano ad un tour che li porterà anche negli Stati Uniti, nel momento forse più cupo e divisivo della loro storia recente. Un Paese sconvolto dalle derive violente e autoritarie del trumpismo, che ha gettato nel fango la maschera della libertà e delle opportunità, rivelando quella che è, nei fatti, una democrazia sempre più limitata, oligarchica e disfunzionale, piegata agli interessi più subdoli e criminali delle sue élite. Ed è forse proprio qui che va cercato il livore di quelle stesse élite nei confronti dell’Europa. Non per ciò che l’Europa è oggi — debole, frammentata, spesso incoerente ed impaurita — ma per ciò che rappresenta nella sua storia: un deposito imperfetto, ma reale di idee come uguaglianza, libertà e giustizia, che attraversano i secoli, dall’antichità classica all’Illuminismo, dal Romanticismo alle conquiste sociali del secondo Dopoguerra.
In questo contesto, la scelta di “Deceptacon” non è casuale. Gli Sprints rilanciano la loro creatività e il loro legame emotivo con il punk-rock come linguaggio di verità, come fuoco che non si spegne, come suono crudo ed incisivo che affonda le radici proprio nelle migliori tradizioni delle band punk americane. È un atto di fiducia, forse disperato, ma necessario: la speranza che quella forza positiva esista ancora da qualche parte, nel ventre spietato di un Paese che appare sempre più moribondo ed intossicato.
Un Paese in balia dei suoi cattivi maestri, drogato da un’illusione di potenza e benessere, incapace, però, a garantire i servizi essenziali — salute, istruzione, sicurezza, casa, futuro — ai propri cittadini. Soprattutto ai più fragili, trasformati in nemici interni, in sabotatori dell’ordine costituito, in scorie da eliminare. Dentro tutto questo, la cover degli Sprints non predica, né consola. Suona. E nel farlo ricorda che il punk-rock, quando è autentico, non è mai solo intrattenimento: è un modo per stare in piedi, mentre tutto, intorno a noi, vacilla, è un modo per ballare sull’orlo del collasso senza smettere di guardare in faccia la verità.


























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