È una storia bella e necessaria, quella dei Molotovs. Due fratelli di 17 e 19 anni che arrivano all’esordio discografico non come una scommessa acerba, ma come una realtà già temprata dal palco, dal sudore dei concerti, dal contatto diretto con i corpi e con il rumore. “Wasted On Youth” non suona come un biglietto da visita, ma è piuttosto una dichiarazione di intenti, un’esplosione controllata di punk e garage-rock, affilata, nervosa, vitale, energica, che non chiede permesso e non cerca legittimazioni.
C’è in questo disco una leggerezza sfrontata, inevitabilmente giovane, ma mai ingenua. È la leggerezza di chi sa di avere canzoni forti tra le mani, pezzi ispirati e trascinanti, solidi tanto sul piano sonoro, quanto su quello testuale. I Molotov si muovono con sorprendente naturalezza dentro le dinamiche della società contemporanea: ne osservano le storture, ne attraversano le contraddizioni, ma non ignorano le possibilità che essa offre, sul piano comunicativo, tecnologico, relazionale. La loro musica non è fuga, né nostalgia: è presenza, è attrito, è frizione continua con ciò che li circonda.
Il duo rifiuta, istintivamente, le gabbie, le etichette facili, le definizioni prefabbricate. Non c’è alcuna voglia di indossare maschere logore, di replicare pose e attitudini che appartengono a un passato ormai noto e musealizzato. Certo, i suoni pescano anche nel secolo scorso – perché oggi nessuno inventa davvero nulla – ma quei riferimenti non vengono mai esibiti come feticci. Vengono, invece, attraversati, riscritti, vissuti sulla propria pelle, filtrati attraverso gli istinti, le esperienze personali, le pressioni e le tensioni che gravano sulle generazioni emergenti, mentre cercano un futuro possibile, una forma di realizzazione, o mentre scelgono, consapevolmente, di rifiutare un mondo che non li convince, che non li rappresenta, che non li apprezza, che non gli dà spazio, che vorrebbero far saltare in aria una volta per tutte.
Qualcuno, inevitabilmente, penserà di aver trovato “la nuova cosa rock”, l’ennesima big-thing da spremere e sfruttare. Qualcuno parlerà di ritorno del punk-rock, del brit-pop, del grunge, della new wave o di chissà qualche altro revival. Ma sono discorsi vuoti, inutili, morbosi, buoni solo per la televisione commerciale e per le riviste generaliste, per una platea di quarantenni e di cinquantenni che confondono la memoria con la vita e l’archivio con la realtà. È il solito teatrino nostalgico, fatto di nomi ripetuti a memoria, di mode riesumate, di dischi da esporre come reliquie.
La verità è un’altra, ed è molto più semplice: la musica non è una questione di tempo o di spazio, non appartiene a un’era geologica da imbalsamare. È rumore, è boato, è corpo, è presente. È una molotov che esplode nei centri e nelle periferie di un mondo anestetizzato, assuefatto alla propria comoda e mortale normalità. “Wasted On Youth” è questo: non una promessa da addomesticare, ma una detonazione viva, che brucia adesso, senza chiedere alcun permesso.


























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