“Endeavours” è un disco attraversato da luci e da ombre che non si combattono, ma si cercano, si inseguono, si parlano, si intrecciano. Canzoni che sembrano inquadrature lunghe, campi totali e primi piani emotivi, capaci di dare alla musica una consistenza profondamente cinematografica, viva, evocativa. Qui il tempo non è mai lineare: il passato ritorna, si getta nelle acque rapide e mutevoli del futuro, ci attraversa e ci bagna, lasciandoci addosso il sapore persistente di ciò che è stato e di ciò che, inevitabilmente, sarà.
In queste tracce riaffiorano amicizie, amori, affetti cari, partenze e ritorni, lasciti e memorie. Tutto ciò che, nel dolore, come nella gioia, rende ogni vita significativa, diversa, irripetibile. È come se Joseph Martone ci sussurrasse che ciascuno di noi porta con sé un territorio segreto: tesori nascosti, radici profonde, sogni da custodire e da rendere reali. Proprio come una terra antica, ferita, ma mai rassegnata, una terra da cui tutto ha avuto origine e alla quale, con un’armonia quasi naturale, tutto sembra, lentamente, ritornare.
Ma “Endeavours” non indulge mai nella nostalgia fine a sé stessa. Perché non sempre questo ritorno è possibile. Sempre più spesso, infatti, sono proprio gli esseri umani, con le loro visioni politiche ed economiche, ostili e bellicose, a negare le storie, a cancellare le memorie, ad annichilire e distruggere alcune esistenze, considerandole sacrificabili e meno degne di essere raccontate. È una violenza silenziosa, sistemica, che passa attraverso l’oblio, l’indifferenza, la riduzione dell’umano a funzione o ad ingombro.
Le trame musicali del disco sono ruvide e corpose, cariche di vita, di cieli limpidi e di nuvole basse che sembrano quasi afferrabili con le mani. Le melodie raccontano sentimenti sinceri, scavano nel buio e poi si aprono verso territori sconfinati. È qui che il collegamento con il cinema diventa evidente: “Endeavours” suona come un western della natura selvaggia, ma spogliato di ogni retorica della conquista e dell’oppressione. Un western senza armi, senza sopraffazione, senza occupazione e senza vendette, ma con la preziosa voce di Marianna D’Ama ad accompagnare la narrazione. Non c’è nessuna frontiera da conquistare e dominare, ma l’ignoto da attraversare. Non c’è il nemico da abbattere, ma un luogo da comprendere e conoscere. È un viaggio fatto di silenzi, di echi, di passi lenti, di sguardi rivolti all’orizzonte, dove l’unico vero gesto rivoluzionario è fermarsi, ascoltare, invocare i propri ricordi — e anche i propri fantasmi — per seppellire, una volta per tutte, colpe e pentimenti. Rinunciando alle promesse vuote, alle menzogne rassicuranti, a tutto quell’armamentario di falsità che ci viene, sistematicamente, spacciato come necessario per vivere meglio.
In fondo, Joseph Martone è alla ricerca di una visione ancestrale. Di un blues dell’anima che diventa preghiera laica alla Terra e al Cielo. Una preghiera che non chiede miracoli, non pretende assoluzioni, non invoca paradisi futuri. Perché il paradiso, sembra dirci “Endeavours”, non è altrove: è già qui. Nelle differenze, nelle esperienze, nelle ferite, nelle vicissitudini che tengono insieme le due sponde della sua identità, tra l’America e l’Italia, tra il mito e la realtà, tra la strada percorsa e quella che resta ancora da immaginare.



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