“Ninnarella” è una visione notturna: il disastro è ora, ed è totale: economico, politico, ecologico, umano. Un collasso che avanza inesorabilmente, mascherato da ideologia, da bandiera, da slogan, da simbolo, da divinità, mentre sotto la superficie si muovono soltanto gli interessi di bande di predatori feroci e senza scrupoli, ben organizzate e ben armate, capaci di riscrivere la realtà a proprio piacimento.
Sembra davvero di essere finiti nelle pagine di “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan, dove la responsabilità non è più un concetto astratto, ma un peso storico che grava su una generazione intera. Siamo noi, purtroppo, quelli che hanno cambiato, per sempre, il volto del pianeta, quelli che hanno ceduto, per comodità ed interesse, all’egoismo, all’indifferenza, all’odio, alla guerra. Senza imparare nulla dalle terribili tragedie del Novecento, abbiamo semplicemente cambiato il nome alle cose: lager, deportazioni, pulizie etniche e genocidi diventano, improvvisamente, “operazioni”, “emergenze”, “danni collaterali” compiuti nel nome della democrazia, della giustizia o della libertà. Ma il risultato è sempre lo stesso: città rase al suolo, popolazioni condannate al silenzio, voci innocenti spezzate, genitori a cui viene negato il diritto di crescere i figli e figli a cui, a loro volta, viene impedito e negato il diritto di essere il futuro.
Dentro questo scenario apocalittico, le trame cantautoriali di Ninotchka e Andrea Chimenti assumono la consistenza del vento. Un vento invisibile ed inarrestabile che attraversa campi di battaglia e stanze segrete di comando e controllo, cimiteri a cielo aperto e bunker sotterranei, palazzi congelati dall’inverno e tende montate in campi desolati di morte, malattia, fame e privazioni. Ma lo stesso vento soffia anche tra le corsie dei supermercati, nei centri commerciali illuminati a giorno, nei negozi alla moda, tra le strade del centro e le periferie ridotte, sempre più, a rifugio di disperazioni mute. È qui che la canzone colpisce più a fondo: nel cortocircuito continuo tra normalità e finimondo, tra consumo e annientamento.
“Ninnarella” racconta un mondo che brucia senza rendersene conto, un malato terminale che nega la diagnosi, un pazzo che si crede lucido, un condannato a morte che continua a fare progetti. Vittime e carnefici finiscono per confondersi, perdendosi nel buio dell’inconsapevolezza, della Storia dimenticata, della Verità cancellata, della Vita negata.
Le atmosfere si fanno drammaticamente cupe. Le parole scorrono come parte di un flusso emotivo ininterrotto, sostenute da sonorità diluite che guardano a un miscuglio inquieto e pulsante di trip-hop, elettronica minimale e post-rock. Ogni passaggio è instabile, drammaticamente insicuro, pericolosamente sospeso tra il giorno e la notte, in balia di forze ostili, di ricostruzioni parziali dei fatti, di narrazioni manipolate, di una cupidigia morbosa che succhia energia, visione, possibilità. E alla fine, “Ninnarella” ci mette tutti in fila. Non per assolverci, ma per costringerci a guardare quel che succede, anche adesso, attorno a noi. È una ninna nanna rovesciata, che non addormenta, ma sveglia; che non consola, ma inchioda; che ci rammenta che tutto il nostro sapere, i nostri discorsi e le nostre parole non servono assolutamente a nulla se non troviamo il coraggio di riconoscerci responsabili di ciò che siamo diventati.
Eppure, dentro questo paesaggio devastato, quel vento continua a muoversi. Non deve essere, ovviamente, il vento della retorica inutile, né quello delle promesse elettorali o delle paci fasulle firmate sui tavoli del potere. È un respiro fragile, intermittente, quasi impercettibile. Soffia basso, tra le macerie, tra le ferite, tra le crepe del cemento e della coscienza. È la stessa voce che attraversa “Ninnarella”, una voce che non spazza via il dolore, che non può cancellare le colpe, ma che tenta di impedire al silenzio di diventare definitivo.
È un vento che passa sulle rovine senza più negarle, che accarezza ciò che resta, che entra nei polmoni di chi è ancora vivo e ricorda che respirare, oggi, è una forma di resistenza. Come una memoria che rifiuta di essere archiviata e dimenticata, come una verità che torna anche quando viene sepolta sotto strati di propaganda, menzogne e rumore virtuale. In questo senso “Ninnarella” diviene un ultimo gesto umano: quello di continuare a raccontare, a nominare, a non voltarsi dall’altra parte. Il vento che la attraversa è lo stesso che, forse, potrà insegnarci a distinguere tra ciò che è inevitabile e ciò che, invece, è stato scelto. Tra ciò che è accaduto e ciò che, invece, continuiamo a permettere. È una speranza scarna, priva di illusioni, quasi scomoda, ma necessaria ed essenziale: una speranza che non assolve nessuno, ma che tiene aperta una fenditura nell’oscurità. Perché finché c’è un soffio di vento che passa, finché c’è una voce che riesce ancora a farsi sentire tra le rovine, la fine non è mai completamente scritta.
E la ninna nanna, invece di farci addormentare, ci chiede — con dolcezza e ferocia — di restare vigili.




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