Trame fluide e incalzanti scorrono come corridoi illuminati a intermittenza, raccontando di uno spettro che non abita castelli lontani, ma si aggira dentro di noi. È una presenza che conosce le nostre stanze segrete, che attraversa i deserti emotivi, che sale le arroganti e prepotenti cattedrali interiori innalzate fino a sfiorare le nuvole della ragione.
Non è un fantasma esterno. È un’essenza invisibile fatta della stessa materia dei nostri fallimenti e delle nostre preoccupazioni, delle ansie che sedimentano, dei rimorsi che non evaporano, delle paure e delle ostilità che trasciniamo, per anni, come valigie troppo pesanti. A forza di ignorarle, le trasformiamo in creature dannate: ci inseguono, ci fissano con occhi spalancati, spalancano fauci, affilano artigli. Urlano. Tacciono. Ma dietro quegli occhi, dietro quelle fauci, dietro quegli artigli, dietro quelle urla e quei silenzi, ci siamo noi.
Noi che scegliamo realtà alternative pur di non affrontare la verità.
Noi che ci nutriamo di bugie perché sono più facili da digerire.
Noi che preferiamo sopravvivere nascosti, piuttosto che compiere l’unica impresa davvero eroica: respirare a pieni polmoni, comunicare, aprirci, conoscere gli altri, accettare il mondo come territorio comune di confronto e non come un eterno campo di battaglia dove regna la legge del più forte, del più cattivo, del più ricco, del più potente. Il nuovo disco dei Deadletter è un disco sulla vita. Concreto, pragmatico, realista. Ma anche euforico, spavaldo, febbrile. È un lavoro che supera le coordinate di un post-punk anni Ottanta guardato con rispetto quasi filologico per costruire, invece, un proprio lessico indie-rock attuale e vibrante: chitarre più ampie e luminose che si aprono come squarci nel cielo, ritmiche più morbide che non rinunciano all’urgenza, ma la modulano, la rendono pulsazione interna, tentativo di evocare atmosfere misteriose, enigmatiche, affascinanti — a tratti persino bowiane — senza mai scivolare nell’imitazione.
Qui l’energia non nasce dalla sicurezza, ma dal baratro. Dall’insicurezza, dal dubbio, da quella vertigine che impedisce di accomodarsi in una rassicurante comfort zone esausta e povera di spunti. I Deadletter preferiscono l’instabilità fertile alla stabilità sterile. Seguono le loro influenze elettriche, sì, ma le attraversano, le piegano, le trasformano. Si aprono a melodie più morbide e calorose, lasciando filtrare luce tra le crepe dell’asfalto urbano, senza perdere la scia delle loro insofferenze metropolitane. Continuano a vivere la propria esistenza artistica come una finestra spalancata su futuri molteplici e cangianti: da quella finestra non entrano soltanto nuove idee, ma nuovi strumenti, nuove esperienze, nuovi battiti cardiaci.
E in quel battito c’è tutto: il conflitto e la possibilità, la caduta e l’euforia, il fantasma e il volto che finalmente lo riconosce come proprio.


























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