Cenere.
Quello che eravamo. Quello che saremo.
E in mezzo, giorni che si ripetono come riti stanchi: scelte, errori, abitudini, e talvolta — sì, talvolta — splendide canzoni.
“Days Of Ash” degli U2 nasce da qui: da una combustione lenta, da un tempo che non brucia più con la fiamma viva dell’utopia, ma si consuma sotto una coltre grigia. Gli anni Ottanta sono ormai un riflesso sbiadito, un neon new wave che lampeggia nel ricordo. I cieli rosso sangue che, una volta, sembravano annunciare rivoluzioni si sono riversati sulla Terra trasformandosi in cronaca quotidiana, e le tensioni elettriche di “Achtung Baby” appartengono a un’epoca in cui la sperimentazione era rischio, non formula, non calcolo.
Oggi alla band irlandese resta uno specchio sonoro. Uno specchio che deforma, che restituisce un’immagine contorta, quasi inverosimile, di un presente cruento. Eppure, per una volta, gli U2 non scelgono la scorciatoia della mera auto-celebrazione, non si rifugiano nella copia di sé stessi, nella riproduzione sterile di un passato glorioso. Non c’è l’edulcorazione da cartolina. C’è, invece, il tentativo — imperfetto, ma sincero — di intercettare il tempo, di aggrapparsi ai suoi torti, alle sue ingiustizie sociali, politiche, economiche.
Questo sforzo concede alle canzoni un corpo. Non sempre un’anima, ma almeno un corpo. Le sottrae alla bidimensionalità del poster, a quella patina lucida che riduce il fuoco — un tempo vero, sensuale, abbagliante — a un banale spettacolo. E in questo senso gli U2 evitano di trasformarsi nel carrozzone mediatico, commerciale, sciocco e pomposo che accompagna certe esibizioni dei Coldplay: un intrattenimento ipertrofico che simula la profondità, ma la sostituisce con cori da stadio e luci sincronizzate.
Eppure la questione resta dolorosa. Perché gli U2 avrebbero meritato, da tempo, una fine più appassionante. Una chiusura incendiaria, non una combustione lenta. “Days Of Ash” arriva al limite di una sufficienza dignitosa, ma non smuove davvero nulla. Non incrina. Non apre ferite. Non crea differenza. È un ascolto che scorre, che si lascia attraversare, ma che fatica a restare.
Le immagini del presente sono lì: Iran, Ucraina, Venezuela, Cuba. E quelle terre di Palestina vergognosamente e violentemente occupate dallo Stato di Israele, con la complicità silenziosa degli alleati occidentali — tra cui noi, i nostri governi, le nostre aziende, i nostri media. Il mondo è terribile e crudele, e la band sembra volerlo guardare senza filtri. Ma il peso di una produzione troppo plastica, ridondante, invadente, finisce per anestetizzare l’urgenza. È come se tutto fosse già stato masticato. Ogni suono è esatto, calibrato, rifinito fino alla sterilità. E dopo un po’ l’unico gesto autentico sembra quello di sputare via tutto, aprire le finestre e osservare la realtà senza colonna sonora.
Spesso, in questi casi, si parla di “album di ritorno”. È accaduto con i Depeche Mode, capaci di trasformare il lutto in materia sonora viva. È accaduto con i Cure, tornati a scavare nell’ombra con coerenza e tensione. In quei casi il passato dialogava con il presente generando una terza via, un territorio nuovo.
Gli U2, invece, restano su una linea prevedibile. La produzione evita la vera sperimentazione, la passione è appena accennata, come trattenuta. E ciò che dovrebbe vibrare si fa incolore, insipido, talvolta stancante. Non c’è il coraggio dell’abisso, né la leggerezza dell’intuizione. C’è una professionalità impeccabile che, però, non basta più.
“Days Of Ash” è, dunque, cenere nel senso più pieno del termine: residuo di una combustione gloriosa, ma anche materia che potrebbe, almeno in teoria, fertilizzare qualcosa di nuovo. Il problema è che qui la cenere non sporca le mani, non scalda, non illumina. Si deposita e basta.
E così, mentre le canzoni scorrono verso una facile archiviazione, resta una sensazione ambigua: quella di una grande band che rifiuta di diventare caricatura di sé stessa, ma che non riesce più a essere necessaria. Forse, è questo il vero peso dell’album: non l’errore, non la caduta, ma la normalità. Una normalità che sa di fine lenta, di crepuscolo senza dramma. E la cenere, silenziosa, continua a posarsi.



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