Ci avevano promesso che tutto sarebbe stato visibile, condivisibile, raccontabile. E invece non ci interessa più la verità. Viviamo dentro una bolla che chiamiamo realtà, ma che è solo una vetrina: scambiamo le nostre esistenze vacue per contenuti degni di nota, per storie memorabili, quando in fondo sono soltanto illusioni stravaganti per individui sempre più soli, cattivi, prepotenti, squilibrati. È in questo paesaggio morale che si muove “Nothing’s About To Happen To Me”, il nuovo capitolo di Mitski: un disco che non consola, non salva, ma osserva.
Trump non viene dal nulla. Non è un fungo tossico cresciuto nella notte. È sempre stato lì, nei nostri piccoli egoismi quotidiani, nella fame di attenzione, nella volontà di sopraffare l’altro per sentirci meno insignificanti. Ha solo deciso di fare il grande passo, mentre noi restiamo chiusi nelle nostre stanze psichiche e psicotiche, a sognare mondi fantasiosi, grandi abbracci, compagnie assordanti, parole bellissime che evaporano al primo urto con la realtà. Mitski non fa comizi, non lancia slogan: mette in scena.
Nel disco sfilano storie come ombre sotto un lampione tremolante. Ci sono gatti randagi che sembrano più umani degli umani, e persone crudeli che si muovono con la naturalezza di chi non prova più rimorso. C’è qualcuno che vorrebbe tornare indietro al suo grande amore, riavvolgere il nastro fino al momento in cui tutto era ancora possibile. C’è qualcun altro che desidera soltanto morire, come se la sparizione fosse l’unica forma rimasta di libertà. E c’è chi muore davvero, trasformandosi immediatamente in un’occasione: un titolo, un discorso, un pretesto per uomini e donne che pensano solo a sé stessi, agli oggetti, alle ricchezze, a quell’accumulo di cose che dovrebbe colmare il vuoto e invece lo allargano.
La musica ha una consistenza drammatica, teatrale. Sembra che le ballate blues dei tempi antichi ritornino a infestare il presente, non come nostalgia, ma come maledizione. Ogni brano è un piccolo palcoscenico su cui l’anima si espone senza trucco: archi che si tendono come nervi scoperti, pianoforti che cadono come pioggia lenta su una città insonne, chitarre che non accarezzano, ma incidono. È un suono che intesse un discorso ammaliante con i nostri peggiori incubi, con quella solitudine domestica che ci assale quando spegniamo lo schermo e restiamo soli con il ronzio dei pensieri.
Mitski sembra dirci che il buio non è fuori, ma dentro. Ce lo portiamo addosso come un cappotto pesante anche d’estate. È il buio che ci rende fragili e folli, innamorati e tormentati, impulsivi, irascibili, indecenti, irrazionali. È il buio che ci fa confondere l’amore con il possesso, il desiderio con la violenza, la libertà con l’indifferenza. In queste canzoni non c’è redenzione facile: c’è la messa a nudo di un’umanità che ha perso il senso della misura e della pietà. Eppure, tra le crepe, filtra qualcosa. Forse non è speranza, forse è solo un’illusione più elegante delle altre. Ma quando arriva la notte — con le sue luci tremolanti, le auto che corrono chissà dove, le porte che si chiudono con un tonfo secco — sembra che un profumo di strana magia attraversi l’aria pungente. Come se per un attimo ogni maledetto timore, ogni preoccupazione, ogni inutile attesa potesse essere portata via dalla musica. Mitski è lo specchio di cui avevamo bisogno: lo specchio del paradosso, lo specchio della realtà, lo specchio del dolore, lo specchio del coraggio. Ma riusciremo a fissarlo per il tempo necessario?


























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