mercoledì, Marzo 11, 2026
Il Parco Paranoico

War: il disco che non abbiamo mai smesso di ascoltare [28.2.1983 – 28.2.2026]

Il 28 febbraio 1983 gli U2 pubblicano “War”.

Un titolo secco, senza metafore. Una parola che pesa come un macigno.

Quell’album nasce dall’eco ancora bruciante del conflitto nord-irlandese, dal sangue di bloody Sunday, dalle strade di Derry trasformate in teatro di morte. Ma la visione degli U2 non è vendetta, non è rappresaglia, non è giustificazione ideologica: è un grido. Un grido semplice e radicale: nessuna guerra può risolvere ciò che nasce dalla guerra.

Le armi non producono pace. Producono macerie. Producono assenza. Producono nomi incisi sulle lapidi e silenzi nelle case. E colpiscono, quasi sempre, chi non ha protezioni: i poveri, gli ultimi, i bambini. Coloro che non siedono nei consigli di amministrazione, che non stringono mani nei palazzi del potere, che non speculano sulle ricostruzioni future.

La loro era una visione profondamente pacifista. Una visione che oggi appare quasi ingenua, minoritaria, fuori moda. Viviamo in un tempo in cui il potere costituito — sostenuto da un sistema economico che prospera sul conflitto permanente — presenta la guerra come strumento razionale di gestione dei problemi. Non più tragedia, ma “soluzione”. Non più fallimento della politica, ma sua prosecuzione “necessaria”.

E non è solo il potere.

Anche le società civili, bombardate da narrazioni parziali, ricostruzioni selettive, omissioni strategiche, finiscono per accettare l’idea che alcune guerre siano giuste, che alcune invasioni siano inevitabili, che alcune bombe siano “chirurgiche”. Si convince l’opinione pubblica che la forza coincida con la ragione. Che chi è più armato abbia anche più diritto. Nel frattempo, le sedi istituzionali internazionali si svuotano di senso. L’Organizzazione delle Nazioni Unite appare sempre più come un’assemblea fantasma, incapace di incidere, incapace di fermare, incapace perfino di nominare chiaramente le responsabilità.

Sono le nazioni più spietate a stabilire chi è il nemico. A decidere le colpe. A distribuire punizioni. A proclamare vendette come se fossero atti di giustizia. E così, oggi, ancora una volta 28 febbraio, quella parola — war — torna a reclamare il suo spazio: Israele e Stati Uniti d’America attaccano l’Iran. Un regime teocratico spietato, violento, illiberale, che reprime il dissenso e non esita a perseguitare e uccidere i propri oppositori. Ma non è la sorte del popolo iraniano a guidare l’azione. Non è la libertà delle donne, non è la dignità dei cittadini. È la convenienza. È l’equilibrio degli interessi.

Un Iran indebolito diventa improvvisamente un bersaglio legittimo. Israele pretende mano libera per completare la devastazione palestinese, per estendere il proprio controllo, per cancellare, definitivamente, l’ipotesi di uno Stato palestinese indipendente. Gli Stati Uniti guardano alle risorse energetiche, agli equilibri regionali, alle alleanze strategiche, alla necessità di garantire vantaggi economici ai propri partner e ai propri interessi.

E noi?

Noi osserviamo. Con parole prudenti. Con dichiarazioni misurate. Con un silenzio che si maschera da diplomazia. Fingiamo di preoccuparci per popolazioni che, da decenni, vivono schiacciate tra autoritarismi interni e interferenze esterne. Fingiamo di indignarci, purché l’indignazione non disturbi i falchi di Washington o di Tel Aviv.

Sarebbe bello chiudere gli occhi. Sarebbe rassicurante spegnere lo schermo. Sarebbe un sollievo non vedere più i corpi inerti dei bambini, le case sventrate, le madri che urlano nel vuoto. Ma questa canzone di sangue non si interrompe. Da quarantatré anni “War” continua a suonare, come una colonna sonora involontaria del nostro presente. Le sue strofe non sono finite nel 1983. Continuano a risuonare domenica dopo domenica, conflitto dopo conflitto, con un’ostinazione feroce. E nessuno sembra voler premere davvero “stop”.

Anzi. Ogni volta troviamo una nuova giustificazione. La geopolitica. La sicurezza preventiva. La difesa dei valori occidentali. La necessità della democrazia.

Siamo pronti a credere a qualsiasi menzogna ben confezionata, purché ci sollevi dalla responsabilità di dire no. Purché ci permetta di restare comodi. Purché non ci obblighi a riconoscere che, ancora una volta, stiamo assistendo — e in parte consentendo — l’ennesima tragedia annunciata. Gli U2, nel 1983, avevano avuto il coraggio di dirlo chiaramente: la guerra non è mai una risposta. È sempre una sconfitta. La domanda, oggi, resta sospesa nell’aria, più urgente che mai: quando troveremo il coraggio di chiamare la guerra con il suo nome — e di rifiutarla, senza se e senza ma?

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

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