“War Child”.
Due parole che dovrebbero essere un ossimoro, qualcosa di inconcepibile. Perché l’infanzia dovrebbe essere il tempo della protezione, dell’amore, della scoperta, della fiducia nel mondo. E invece esistono i bambini della guerra: bambini che vivono — o meglio sopravvivono — dentro paesaggi di macerie e di morte, dove l’eco delle esplosioni sostituisce il suono delle campanelle di scuola e dove la paura diventa un linguaggio quotidiano. Sono bambini messi in pericolo proprio da quegli adulti che dovrebbero garantire loro sicurezza, istruzione, benessere psicofisico. Gli stessi adulti che, almeno in teoria, dovrebbero custodire e garantire il loro futuro. E, invece, li affamano, li feriscono, li usano, li minacciano, li costringono a rinunciare ai diritti più elementari: una casa, una scuola, un orizzonte.
Tutto questo accade perché uomini potenti — interessati soprattutto ad accrescere il proprio dominio — continuano a contendersi risorse e territori: petrolio, gas, acqua, terre rare. E quando il potere diventa l’unica lingua parlata, la diplomazia cede il posto alla violenza e il diritto internazionale viene trattato come un fastidio da ignorare e aggirare. Così nascono conflitti vecchi e nuovi che, oggi, hanno nomi terribilmente concreti: Ucraina, Sudan, Yemen, Palestina, e più recentemente Iran. Teatri di guerra dove le vittime innocenti sono sempre le stesse: i civili, i più deboli, i più fragili, e soprattutto i bambini.
Come non pensare, in questo preciso momento, alle giovani vittime della scuola femminile colpita in Iran? Ragazze che, probabilmente, sognavano semplicemente di studiare e di crescere, travolte, invece, dalla brutalità della geopolitica. Ragazze e bambine morte che ricordano, quanto spesso, le grandi potenze — anche quelle che amano definirsi democrazie esemplari — riempiano i propri discorsi di parole come pace, democrazia, uguaglianza o libertà, salvo poi indossare i panni del poliziotto del mondo e scatenare guerre illegali per soddisfare orgogli nazionali, vendette personali o calcoli elettorali.
Il risultato, però, è sempre lo stesso: paesi destabilizzati, società lacerate, infanzie spezzate, mentre, intanto, le leadership politiche alimentano tensioni e stringono alleanze opache, spesso segnate da interessi indicibili e da rapporti di potere che nulla hanno a che vedere con la giustizia o la sicurezza globale.
È dentro questo contesto politico, duro e contraddittorio, che nasce la compilation “Help 2”. Un progetto che non vuole soltanto ricordarci che viviamo tempi ostili e bellicosi, ma che esistono piccoli innocenti intrappolati dentro questi conflitti. Bambini e bambine che hanno bisogno di aiuto adesso, non domani. Con urgenza, con concretezza, con umanità.
Perché, in fondo, esistono soltanto bambini.
Non esistono bambini musulmani o cristiani, bambini bianchi o neri, bambini occidentali o orientali, bambini ricchi o poveri. Esistono solo bambini. E davanti a loro il nostro dovere è uno soltanto: proteggerli, difenderli da chiunque voglia trasformare la loro infanzia in un campo di battaglia. Non importa quale bandiera sventoli sopra l’esercito che spara: una bandiera a stelle e strisce, una stella di David, una mezzaluna o qualsiasi altro tricolore. È proprio questa consapevolezza a riunire nel progetto artisti molto diversi tra loro. Non contano le differenze, le idee politiche, le convinzioni personali. Conta la volontà comune di impedire che altre vite innocenti vengano spezzate prima ancora di poter immaginare il proprio futuro.
Per questo in “Help 2” troviamo nomi importanti della musica contemporanea: Damon Albarn; Black Country, New Road; Depeche Mode; English Teacher; Big Thief; Fontaines D.C.; Anna Calvi; Arctic Monkeys; Pulp; Wet Leg; Beth Gibbons; e molti altri. Voci diverse, stili differenti, ma un’unica direzione morale.
E mentre queste canzoni prendevano forma in studio, a documentare visivamente il processo c’erano proprio dei bambini: con le loro telecamere, con il loro sguardo curioso, sincero e limpido. Un gesto simbolico che dice molto. Perché il mondo, in realtà, non appartiene a noi. Appartiene a loro. Ai loro occhi, al loro futuro. Forse, è proprio da lì che dovremmo imparare a guardarlo di nuovo: senza odio, senza rancore, senza diffidenza. Senza inventarci differenze sociali, etniche, religiose o politiche che non sono naturali, né necessarie, né inevitabili, ma sono soltanto il modo con cui, spesso, giustifichiamo le nostre violenze.
Un mondo senza queste barriere — come sussurrava una canzone che tutti conosciamo, “Imagine” — sarebbe, probabilmente, un mondo migliore. Dopo il primo “Help”, nato per sostenere i bambini coinvolti nella guerra bosniaca negli anni Novanta, oggi c’è bisogno di un nuovo passo. Di un altro aiuto. Di un altro messaggio. E chi, se non musicisti capaci di raggiungere milioni di ascoltatori, può trasformare la musica in un atto di solidarietà e di responsabilità collettiva?


























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