Dopo aver attraversato un punto davvero nefasto — una crepa profonda nella loro storia musicale ed umana, quasi un silenzio che sapeva di triste fine — i Neurosis tornano a respirare, ma non lo fanno guardandosi indietro. Svoltano, piuttosto, e accolgono un’altra traiettoria, quella di Aaron Turner, come se fosse un sentiero inciso nella roccia viva. “An Undying Love For A Burning World” nasce così: non come semplice ritorno, ma come mutazione necessaria, un attraversamento del fuoco.
Il disco è un organismo vivo, poderoso e trascinante, un ululato lanciato nel buio più profondo della notte. È un richiamo primordiale, disperato e insieme salvifico, alla ricerca di quel branco che si credeva perduto per sempre. I riff — metallici, lisergici, stratificati — non sono solo suono, ma fenditure nella realtà: un infuocato amalgama di doom, brividi, psichedelia e space-rock che divora tutto ciò che incontra, per poi restituirlo trasfigurato, elevato, reso visione.
Dentro questo magma sonoro si insinuano anche le derive del presente: elettronica, impulsi cibernetici, interferenze che sembrano provenire da un mondo già collassato. Non è un semplice aggiornamento stilistico, ma una contaminazione necessaria, come se i Neurosis avessero deciso di assorbire il rumore cacofonico e disturbante del nostro tempo per restituirlo sotto forma di rito.
E poi c’è l’orrore. L’arte. Le parole che si ripetono come mantra ossessivi, i pensieri che pulsano sotto la pelle. Dopo dieci anni, i sintetizzatori modulari tornano a edificare un reame sonico che sembra sospeso tra rovina e rivelazione: giorni sacrificati sull’altare della frenesia, della disinformazione, della guerra, della solitudine. In questo paesaggio si aggira una presenza: una bestia che si fa uomo, che uccide e seduce, che si infiltra nelle menti, corrompe i cuori, deforma la luce fino a renderla una cappa grigia, uniforme, capace di appiattire ogni verità, ogni volto, ogni possibilità di distinguere il reale dalla sua perversa caricatura.
Eppure, nel cuore di questo caos, le lunghe divagazioni strumentali ribollono come materia viva. Sono sofferenza fluida, ma anche invito. Ci chiedono di fermarci, di raccogliere i frammenti dispersi, di ricomporre ciò che è stato frantumato — non con l’ausilio di macchine o di filtri esterni, ma attraverso la nostra stessa umanità, la nostra immaginazione.
È lì che il disco si apre davvero: nella possibilità di riscoprire la vertigine del tempo che scorre, della vita che si scontra con la realtà, dello sguardo che riesce — finalmente — a oltrepassare il velo delle mistificazioni. Il disagio, allora, smette di essere solo peso e diventa fondamento: l’inizio di un processo catartico, evocativo, quasi rituale.
“An Undying Love For A Burning World” si chiude come un atto furioso e necessario contro l’ansia e l’impotenza che ci svuotano, che ci convincono di essere, irrimediabilmente, soli. Ma non è così. Non lo è mai stato. Basta un ululato nella notte — uno solo, autentico — e il branco tornerà a rispondere, presentandosi alle porte di quel sogno famelico che credevamo ormai soltanto cenere.


























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