Un basso estraniante e inquietante apre le porte di “Undertow”, come una fenditura nell’acqua scura, dalla quale affiora qualcosa che non dovrebbe emergere. È un richiamo primordiale, viscerale ed ancestrale, che sembra provenire da una profondità in cui il suono non è ancora linguaggio, ma pulsazione, emozione, carne, istinto. In questo disco, i Tool si muovono, davvero, in una dimensione liquida e volubile, dove ogni forma è instabile, dove ogni confine è destinato, per forza di cose, a dissolversi e a trasformarsi. Siamo nei primi anni Novanta, e il mondo musicale è attraversato da una dirompente scossa tellurica chiamata grunge. Ma mentre molti si limitano a cavalcare e a riproporre, pedissequamente, quell’onda, Maynard Keenan e compagni sembrano già osservarla dall’interno, come se ne percepissero il logorio imminente, la saturazione, il collasso.
Il loro sguardo è più profondo, più disincantato: non cercano redenzione, ma immersione. Non raccontano la superficie del disagio, ma le sue radici nascoste. “Undertow” è un organismo vivente, stratificato, nel quale progressive metal, hard rock e sperimentazione psichedelica si fondono senza mai perdere urgenza. Gli intermezzi oscuri non sono semplici pause, ma camere di decompressione dell’anima; i riff di chitarra si avvitano come nervi scoperti; la batteria pulsa come un cuore sotto pressione, sempre sul punto di esplodere. E poi c’è “Sober”, che non è solo un brano, ma una confessione corrosiva, una ferita aperta che continua a sanguinare nel tempo. La sua attualità è quasi disturbante: finché l’essere umano continuerà a scegliere la via più semplice — e quindi quella più meschina, subdola ed ipocrita — che sia religiosa, etica, politica o economica, quella voce continuerà a risuonare come un’accusa senza appello. Non consola, non salva: smaschera.
Il contagio sonoro si diffonde lungo tutto il disco, insinuandosi sotto pelle. Scorre insieme al tempo e alla rabbia raccolta anno dopo anno, attraversando le desolazioni sospese di “Crawl Away” e il divampare incendiario di “Swamp Song”, mentre la tensione si accumula fino a diventare combustione pura. Non c’è tregua, solo necessario cambiamento. Le progressioni lisergiche della title track si muovono, di conseguenza, come inarrestabili correnti sotterranee, mentre “4°” introduce inflessioni quasi mistiche e rituali, che sembrano evocare un sapere antico, spirituale, misterioso e proibito. E poi “Flood”, che non arriva, ma irrompe. Un’onda lenta, inesorabile, che cresce fino a sommergere ogni cosa, lasciando dietro di sé solo il silenzio e la consapevolezza.
È qui che il disco compie il suo vero atto: non descrive il buio, ma lo cerca, lo desidera, lo brama, lo risveglia. Riporta in superficie pensieri sopiti, impulsi tribali, forze che abitano l’essere umano da sempre — al di là di ogni tentativo di addomesticamento, di ogni corruzione, di ogni violenza, di ogni abuso. “Undertow” è il luogo della nostra discesa nell’abisso. E una volta entrati, non si può riemergere uguali.






















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