“Mi Sveglio” — ma forse il titolo è già una condanna. Svegliarsi implica uno strappo, una frattura irreversibile. E, allora, viene quasi da pensare che sarebbe stato meglio restare nel sonno del passato, anche quando quel passato sapeva essere crudele, rigido, perfino violento. Ma almeno era leggibile. Aveva una grammatica. Un ordine. Il mondo di prima — per quanto contraddittorio — rispondeva a logiche ideologiche precise, riconoscibili: c’erano visioni consolanti e altre conformiste, alcune incendiarie, altre rassicuranti nella loro triste convenienza. Ogni crepa, anche la più sottile, veniva riempita: dall’avidità, sì, ma anche dagli scrupoli, dalla tensione morale, dalle illusioni collettive. La politica, nel suo senso più alto e anche più sporco, funzionava ancora come un argine: conteneva l’odio, lo incanalava, gli dava una direzione. Costruiva traiettorie, metteva in relazione i punti dispersi dell’esistenza.
Poi arriva il risveglio. E il risveglio, nell’EP dei Dish-Is-Nein, non è rinascita: è esposizione al vuoto.
Non c’è più nulla da afferrare. Nessuna liturgia a cui aggrapparsi, nessuna etica — nemmeno la più feroce — capace di reggere il peso del presente. Nessuna ambizione sacra, nessuna vendetta necessaria. Solo un procedere cieco, a tentoni, dentro una notte che non promette alba. L’identità si dissolve, e con essa la possibilità stessa di pensarsi: niente concetti, niente visioni, niente presagi. Il futuro non è più una minaccia, né una promessa — è semplicemente assente.
È qui che “Mi Sveglio” trova il suo cuore più incalzante e disturbante: nella constatazione che il nichilismo contemporaneo non è una scelta, ma una condizione, una cruda verità. E allora restano solo le cose dure, le cose tangibili: il metallo, i circuiti elettronici, la chimica delle detonazioni, la fisica delle particelle scagliate nello spazio come proiettili senza ritorno. È un mondo che ha perso il linguaggio e ha scelto il rumore. Dove il fuoco non è distruzione, ma soluzione: l’unico mezzo capace di imporre silenzio, di annullare il dissenso, di riscrivere — a proprio piacimento — ogni morale.
In questo scenario si sgretolano tutte le finzioni: le missioni di pace diventano ipocrisie rituali, le democrazie occidentali implodono nei loro eccessi, i regimi si irrigidiscono in protocolli sterili, i media deformano ogni riflesso del reale. Le sinistre si dissolvono in un indistinto nulla, le primarie appaiono come esercizi di un’utopia inconsistente, mentre la cultura stessa si ammala di noia. Quarant’anni di immobilità, di stagnazione, di eterno presente. E poi — forse — un giorno nuovo. Ma a quale prezzo?
La domanda resta sospesa: tu cosa fai?
E la risposta, disarmante, è che forse non c’è più nulla da fare. Il tempo delle scelte si è liquefatto, si è dissolto come un concetto che non regge più la realtà. Rimangono soltanto residui: cellule isolate, sparse, come frammenti di senso nel cuore incandescente di una stella lontana. Ed è proprio qui che l’EP dei Dish-Is-Nein sfiora una dimensione più profonda, quasi metafisica. Perché ciò che racconta non sembra il frutto di un incidente storico, di una deviazione improvvisa. Al contrario, appare come l’esito inevitabile di una traiettoria. Immanuel Kant interpretava la storia umana come un processo necessario che avrebbe condotto alla pace, una sorta di prezioso filo nascosto, ossia una razionalità nascosta che agisce anche quando gli uomini credono di essere sprofondati nel caos e nella follia. E, in modo diverso, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, allontanandosi dalle idee dell’Illuminismo, vedeva nella realtà il manifestarsi e il dispiegarsi necessario dello spirito umano, riportando ogni crisi, ogni conflitto, ogni dissoluzione ad un processo che non è mai casuale.
Persino il nichilismo moderno, allora, potrebbe non essere una caduta, ma un passaggio obbligato. “Mi Sveglio” sembra dirci proprio questo, che il vuoto in cui siamo precipitati non è un errore del sistema, ma il suo compimento razionale. Che l’assenza di senso è il risultato coerente di un lungo processo di erosione delle idee, delle strutture, delle illusioni, delle nazioni, delle persone. E forse, stiamo, semplicemente, assistendo — e partecipando — alla morte di tutti i valori senza essere ancora capaci di scorgerne di nuovi. Non c’è casualità, allora, nel risveglio. C’è solo necessità. E il giorno che arriva — se arriverà — non sarà una sorpresa, ma sarà una conseguenza esatta.






















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