martedì, Giugno 16, 2026
Il Parco Paranoico

It’s The Long Goodbye, The Twilight Sad

Mik Brigante Sanseverino Aprile 22, 2026 Dischi Nessun commento su It’s The Long Goodbye, The Twilight Sad

Questo disco dei Twilight Sad non è semplicemente un ritorno: è una riemersione, quasi un atto di respirazione dopo essere rimasti troppo a lungo sott’acqua. “It’s The Long Goodbye” nasce dentro una ferita profonda, una ferita che non si limita a sanguinare, ma che costringe a guardare, senza filtri, il lento sgretolarsi di qualcuno che si ama. È una sofferenza che non esplode, ma si deposita, giorno dopo giorno, come polvere su ogni gesto, su ogni parola non detta, su ogni ricordo che comincia a perdere contorni. C’è qualcosa di profondamente umano e insopportabile in questa esperienza: l’impotenza. Non poter salvare, non poter fermare, non poter invertire. Si può solo restare. Restare accanto. Diventare presenza, diventare testimoni. E, in un certo senso, diventare archivio vivente di ciò che l’altro sta dimenticando. Custodi di una memoria che non appartiene più a chi l’ha generata, ma a chi ha scelto di non abbandonarla.

Ed è proprio qui che il disco compie il suo gesto più potente e significativo: trasformare la perdita in permanenza. La memoria non si spegne con la fine biologica, non si dissolve nel silenzio. Si sposta, cambia forma, si incarna. Diventa suono, diventa materia viva. Questo album è quell’incastonatura fragile e luminosa: un addio che non chiude, ma ricuce. Un addio che non svuota, ma restituisce dignità a ciò che sembrava ormai solo dolore. Non c’è davvero un senso di abbandono in queste tracce. Piuttosto, si avverte una strana, quasi irreale forma di riavvicinamento. Come se l’assenza aprisse uno spazio diverso, non toccabile, non misurabile, ma incredibilmente presente. Una dimensione dove ciò che è stato non può più essere corrotto dalla malattia, dalla decadenza, dal deterioramento. Dove l’identità sopravvive intatta, sottratta finalmente alla crudeltà del tempo.

Le emozioni, in questo contesto, non sono consolatorie. Feriscono, eccome. Ma sono anche l’unico vero argine contro il vuoto assoluto. Senza di esse resterebbe solo il silenzio, e il silenzio sarebbe definitivo. Intanto, sul piano sonoro, qualcosa si muove. Le trame indie-rock dei Twilight Sad si fanno più veloci, più urgenti, più tese, come se avessero bisogno di correre per non cedere. C’è un’energia che somiglia a una pioggia improvvisa: una di quelle piogge che arrivano dopo una lunga siccità e trasformano il paesaggio. Riempiono i letti secchi dei fiumi, trascinano via detriti, rami morti, tutto ciò che era rimasto incastrato nel passato. Non chiedono permesso, non si fermano davanti agli ostacoli. Li aggirano, li superano, li consumano. E in questo movimento si crea qualcosa di nuovo. Nuovi percorsi sensoriali, nuove direzioni musicali, nuove possibilità di scorrere. Fino al mare.

Il mare, qui, non è una fine, ma una fusione. È il punto in cui tutto si mescola: dolore e memoria, perdita e presenza, suono e silenzio. È quel muro di chitarre che diventa quasi liquido, che avvolge e trascina, che non lascia scampo, ma allo stesso tempo offre una forma di pace. È lì che la vita ricomincia.

Una vita che non ha più l’innocenza di prima, ma che, proprio per questo, pretende attenzione, pretende impegno. È una vita fragile, sì — con le mani sottili di un bambino — ma non inconsapevole. Mani che hanno già imparato che bisogna stringere forte, anche quando fa male. Che bisogna restare, anche quando sarebbe più facile scomparire. Che bisogna farsi sentire, soprattutto quando il buio cancella i contorni delle cose. Perché è proprio in quel buio che questo disco trova il suo senso più profondo: fornire una scintilla.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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