Che farete quando busseranno alla porta del vostro vicino? Quando non sarà più una storia letta sui libri, ma un rumore secco dal pianerottolo, un passo troppo deciso sulle scale, una voce che non lascia spazio alla replica? Resterete chiusi dentro, con le luci basse e le coscienze ancora più basse, o spalancherete qualcosa — non la porta, ma il cuore?
Che farete quando qualcuno indicherà, quando qualcun altro firmerà, quando basterà una parola sussurrata male, una soffiata anonima, un rancore mai risolto, per trasformare una vita in bersaglio? Sapete, è già accaduto.
Non altrove, non in un tempo mitologico che serve a tranquillizzarci — è accaduto qui. Nel paese del finto buonismo, delle mani giunte la sera e dei coltelli nascosti dietro la schiena la mattina. Nel paese dove ci si professa giusti, mentre si misura il mondo con il metro del proprio tornaconto. Dove si prega, si celebra, si onorano i santi, ma si resta incapaci di attraversare davvero la soglia della propria porta. Fuori — nelle piazze, lungo le strade, nelle stazioni, nelle periferie — può accadere tutto. Eppure non riguarda mai nessuno. O meglio: non abbastanza.
È già accaduto che qualcuno denunciasse. Che qualcuno firmasse una condanna a morte senza sporcarsi le mani, ma sporcandosi per sempre l’anima. Che leggi marce venissero accettate con la tranquillità di chi trova sempre una giustificazione pronta.
Lo sapevano, allora, che erano ingiuste. Cosa credete? Lo sentivano moto bene, che quelle leggi erano crudeli. Ma il gusto amaro e irresistibile della vendetta, della sopraffazione, della complicità — quella sensazione minuscola e miserabile di poter guadagnare qualcosa, anche solo un briciolo di potere, in mezzo all’orrore — era più forte. E così l’infamia diventava gesto quotidiano. Il tradimento, abitudine. La violenza, solo rumore di fondo.
Questo giorno non serve davvero a celebrare. Non solo. Non serve a ripetere parole che dovrebbero essere ovvie — libertà, democrazia, giustizia, rispetto — come formule vuote recitate senza convinzione. Serve a ricordare altro. Serve a guardarci allo specchio senza indulgenza.
A dire: siamo stati capaci di essere questo. Siamo stati abietti. Siamo stati complici. Siamo stati malvagi. Siamo stati disumani. Abbiamo fatto schifo — come individui, come comunità, come
popolo, come nazione. E il punto più inquietante è che, a distanza di decenni da quel 25 Aprile 1945, siamo ancora qui. A cercare scuse. A costruire narrazioni comode. A piegare la Storia alle nostre convenienze politiche, economiche, identitarie.
Quando invece dovremmo solo fermarci. Restare in silenzio. Con il capo basso. Per quei luoghi che ancora parlano — e non smettono — di morte, di torture, di vendette senza senso. Per quelle vite spezzate in nome di ideologie che non avevano nulla di umano: razziste, abiette, arroganti, violente.
Non saranno certo una manciata di canzoni a cambiare tutto questo. Non basteranno a scuotere chi, ogni 25 Aprile, prova a normalizzare l’abominio. Chi assolve fascisti e repubblichini perché gli conviene, perché non tollera la libertà degli altri, perché usa la propria come un’arma — per insultare, colpevolizzare, sfogare frustrazioni mai affrontate.
Eppure.
C’è qualcosa di ostinato, quasi divertente, nel continuare a suonarle. Nel farle risuonare sotto le loro case, nelle città, nei paesi, nelle piazze reali e in quelle virtuali. C’è qualcosa di profondamente giusto nel metterle lì, davanti a loro. A volume alto. Perché mentre la loro bile si addensa — più scura, più amara, più velenosa — resta intrappolata là dove nasce. Nei loro corpi. Nelle loro menti. E li consuma.
Mentre quelle canzoni, invece, continuano a circolare. A respirare. A resistere.






















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