Musica che lascia tracce, ferite leggere sulla pelle della memoria, mentre un intreccio di trame acustiche ed elettriche si trasforma, lentamente, in coscienza. La coscienza di Marco Tonincelli diventa allora anche la nostra, quella di chiunque abbia sentito, almeno una volta, il bisogno di esistere altrove, di spostarsi altrove, di attraversare uno, cento, mille altrove diversi nel tentativo di colmare un vuoto o di sfuggire a qualcosa che continua a inseguirci. Ma ogni fuga, prima o poi, riconduce agli stessi fantasmi, agli stessi silenzi sedimentati dentro il cuore, agli stessi affaticamenti emotivi che “Tuirse” mette al centro delle proprie divagazioni sonore e spettrali.
C’è infatti un’ombra dark che accompagna, costantemente, il disco. Una presenza sottile, quasi invisibile, che danza tra le note del pianoforte e tra i riverberi elettronici, evocando racconti del passato: alcuni ormai diventati mitologia consumata e svenduta dai media, altri ancora troppo intimi per essere pronunciati ad alta voce, troppo segreti per smettere di pulsare. Eppure, sono
proprio quelle storie nascoste, quelle ferite non esibite, a rendere “Tuirse” un’opera così incisiva e inquieta. Perché ciò che il disco riesce a evocare non è mai semplice nostalgia, ma un ritorno continuo a tutto ciò che continua a tormentarci, anche quando fingiamo di averlo dimenticato. Marco Tonincelli costruisce così un mondo capovolto, un paesaggio sonoro in cui la crudeltà e la cattiveria, che contaminano il nostro vago presente, vengono esorcizzate attraverso visioni stranianti e quasi allucinate. Visioni che nascono proprio laddove dovrebbe sopravvivere soltanto l’armonia: nella natura, nella bellezza autentica, nell’equilibrio primordiale delle cose. Ma “Tuirse” sembra ricordarci continuamente che nessuna bellezza è davvero al sicuro. Ogni purezza può essere corrotta, deformata, piegata dalla volontà del potere più abietto e dispotico: quello di chi si convince di essere superiore agli altri, superiore persino all’idea stessa di giustizia.
Ed è dentro questo smarrimento collettivo che Marco trova il proprio filo conduttore, musicale e ideologico. Trasforma la difficoltà in una forma di slancio, in una ricerca ostinata di risposte che normalmente vengono relegate ai margini, considerate troppo fragili, troppo scomode o troppo lontane dai meccanismi dominanti del mondo contemporaneo. Ma il mondo, sembra suggerire il disco, non è altro che una sceneggiatura instabile, un punto di vista imposto, un’illusione costruita sopra altre illusioni. “Tuirse” si muove, allora, come una lunga notte interiore, popolata da ombre ambigue: vere e irreali allo stesso tempo; remote, ma stranamente rassicuranti; malinconiche e paurose. Ombre che accompagnano le nostre notti musicali, quando il confine tra sogno e realtà comincia a sfumare e tutto ciò che durante il giorno resta imprigionato nel silenzio esplode, finalmente, nell’immaginazione. In quei momenti il disco di Marco Tonincelli smette di essere soltanto un ascolto e diventa uno spazio mentale, un luogo da attraversare con i propri sentimenti, un posto in cui perdersi significa, forse, trovare qualcosa di sé.




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