No, non è soltanto una questione di nostalgia. Sarebbe troppo semplice, e soprattutto riduttivo, liquidare così ciò che accade quando Johnny Marr sale sul palco del Locus Festival. Certo, nel momento in cui affiorano le canzoni degli Smiths, una corrente romantica ed elettrica attraversa il pubblico raccolto nella suggestiva Tenuta Bocca di Lupo. È un moto quasi fisico: gli occhi si illuminano, le voci si uniscono, il tempo sembra piegarsi su sé stesso. Ma ciò che prende forma non è il culto di un passato irrecuperabile. È qualcosa di molto più vivo. Il Locus ha scelto per l’artista inglese un luogo che parla già di memoria e di futuro. La Tenuta Bocca di Lupo vive abitualmente immersa nei rumori della natura, nel respiro lento delle stagioni, nella pazienza antica della terra e di quel gesto, quasi sacro e rituale, che è la produzione del vino. Qui tutto ricorda che il tempo non è un nemico da sconfiggere, ma una materia da attraversare con cura. Da comprendere e da accettare. La terra ci consegna i suoi frutti più preziosi; spetta a noi custodirli, non sprecarli, non contaminarli, non distruggerli.
Forse, è lo stesso rapporto che dovremmo avere con i nostri ricordi. Non trasformarli in reliquie da venerare, ma in strumenti capaci di illuminare il presente. Perché la memoria non serve a rifugiarsi in ciò che è stato: serve a comprendere meglio ciò che siamo diventati. E la musica possiede questa rara capacità di rendere il passato nuovamente fertile. Ogni canzone è una stratificazione di vite, di emozioni, di incontri, di perdite, di dolori e di ritrovate speranze. Le canzoni non ci appartengono soltanto: finiscono per costruirci, diventano una parte invisibile della nostra identità. È anche per questo che, quando tutto sembra sgretolarsi, esiste sempre una canzone degli Smiths capace di restituire un sorriso inatteso. Non perché cancelli il dolore, ma perché gli offre una forma condivisibile, una via di fuga, un motivo per ripartire. Ti ricorda che qualcun altro, prima di te, ha attraversato quello stesso smarrimento e lo ha trasformato in bellezza.
Johnny Marr conosce perfettamente questo linguaggio e costruisce il concerto come un viaggio coerente tra presente e passato, senza mai indulgere nell’autocompiacimento. Apre le danze con l’energia incalzante di “Generate! Generate!”, lasciando che le sue chitarre disegnino traiettorie luminose sopra i filari della tenuta. Alterna i brani della carriera solista ai classici che hanno segnato intere generazioni, mantenendo sempre vivo il dialogo tra ciò che è stato e ciò che continua a
essere. Nel finale, la potente interpretazione di “The Passenger” di Iggy Pop accende definitivamente il pubblico, prima dell’approdo naturale a “There Is a Light That Never Goes Out”, uno dei vertici assoluti del repertorio degli Smiths.
Ed è proprio lì che il concerto assume il significato più profondo. Quella luce che non si spegne mai non è soltanto un’immagine poetica: è una responsabilità. È la fragile ostinazione con cui ciascuno tenta di difendere la propria identità in un tempo che sembra voler uniformare ogni differenza. Viviamo immersi in una tempesta mediatica che suggerisce comportamenti, costruisce desideri, confeziona opinioni già pronte, trasformando gli individui in puntini numerati da unire secondo uno schema prestabilito. Ma la musica, quando è autentica, continua a opporre resistenza. Le canzoni di Johnny Marr e degli Smiths ci ricordano che vivere significa anche accettare la sofferenza, la perdita, la sconfitta, senza rinunciare alla propria voce. Anzi, è proprio attraversando queste crepe che una persona riesce a diventare sé stessa.
Forse è questo il lascito più prezioso di una serata come quella del Locus Festival: ricordarci che la luce evocata da quella canzone continua a brillare soltanto se abbiamo il coraggio di alimentarla. Con la memoria, con la consapevolezza, con l’arte e con la capacità di riconoscere ciò che merita davvero di essere tramandato. Per orientarsi nel buio, per lasciare una traccia a chi verrà dopo di noi, perché anche la musica non diventi un semplice contenitore vuoto, una forma elegante privata del suo significato più profondo, del suo valore umano ed emotivo.






















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