Ci sono narrazioni fantastiche tutt’attorno a noi, disperse dentro ciò che abbiamo imparato a considerare normale. Restano invisibili soprattutto quando lo sguardo si ferma alla superficie, distratto dai tumulti e dai rumori caotici del mondo esterno: un miscuglio incessante di impegni fittizi, oggetti inutili, desideri effimeri e menzogne precostituite. Sovrastrutture che, molto spesso, non hanno nulla a che fare con la verità e con l’essenza reale delle cose, delle persone, dei luoghi e degli eventi che ci circondano e che, in qualche modo, ci attraversano.
Eppure ogni passaggio lascia un segno. Una traccia, una cicatrice, una testimonianza preziosa. Qualcosa che rimane anche quando scegliamo di ignorarlo, tralasciarlo, nasconderlo.
Ciò che siamo stati non smette mai di sognarci.
È forse questo uno dei significati più profondi di “Archetipi”, la mostra fotografica di Antonio Biasiucci: il passato non è qualcosa di immobile, definitivamente trascorso e consegnato alla memoria, ma una materia viva che continua a trasformarsi e a generare immagini, illusioni, apparizioni, attitudini, percezioni, miti. Parole senza voce che restano scolpite dentro di noi, visioni proiettate direttamente sugli schermi oscuri dell’io, affinché proprio dal buio possano emergere nuove forme di vita e di bellezza. Perché ogni dettaglio, ogni angolo, ogni spazio non è mai soltanto quel dettaglio, quell’angolo o quello spazio. È sempre anche altro. È la possibilità di un altrove. Un’infinità di prospettive, orizzonti e combinazioni capaci di riempire un intero universo e, una volta raggiunti i suoi confini, continuare ancora a espandersi.
È proprio qui che le fotografie di Biasiucci sembrano acquistare corpo. La loro anima non rimane confinata all’interno dell’immagine, ma fuoriesce, invade lo spazio, si nutre dei paesaggi e dei luoghi circostanti. E, in questo caso, incontra le geometrie perfette, la magnificenza dei giardini, la monumentalità degli spazi e lo scorrere incessante dell’acqua — elemento primordiale, origine e necessità della vita — che ritornano continuamente nell’architettura immaginifica della Reggia di Caserta. Si crea così una corrispondenza silenziosa tra fotografia e luogo, tra ciò che viene mostrato e ciò che sembra soltanto suggerito. Come se le immagini non fossero state semplicemente collocate all’interno della Reggia, ma avessero trovato qui un territorio nel quale continuare a mutare, respirare, assumere significati ulteriori.
“Archetipi” restituisce a ogni fotografia la propria essenza, portando alla luce quei semi di verità e di
vita che sembravano essere sprofondati sotto un frastuono stratificato di complessità marginali.
I vulcani. Il latte. Gli antichi riti. I vuoti colmati dalla fede. I misteri. I corpi. I volti. Elementi apparentemente lontani diventano i simboli originari di un alfabeto unico ed essenziale, capace di prescindere da qualsiasi idioma, appartenenza o geografia. Non hanno bisogno di essere tradotti perché appartengono a qualcosa che precede la parola stessa. Sono segni che riconosciamo prima ancora di comprenderli, perché sembrano provenire da una memoria remota, forse individuale, forse collettiva, che continua a sopravvivere sotto la superficie delle nostre esistenze.
Nella Cappella Palatina della Reggia di Caserta quel linguaggio primordiale sembra ricomporsi. Le immagini entrano in relazione con lo spazio sacro, con le sue proporzioni, con la luce, con il silenzio. Fotografia e architettura finiscono per costruire una sorta di grammatica ancestrale attraverso la quale tornano a comunicare le coscienze, la matematica, il tempo, la natura e la vita stessa, senza bisogno di intermediari. Non occorre necessariamente comprendere. Forse basta riconoscere.
Riconoscere nel nero profondo delle fotografie qualcosa che ci appartiene; nella materia qualcosa che ci precede; nei volti qualcosa che abbiamo già incontrato; nei riti il tentativo millenario dell’essere umano di dare una forma all’invisibile. Persino il vuoto smette di essere assenza e diventa uno spazio disponibile, una cavità nella quale possono depositarsi fede, paura, memoria e desiderio. Biasiucci sembra così fotografare non tanto le cose quanto ciò che le cose custodiscono. Scava sotto la loro pelle, elimina progressivamente il rumore del contingente e lascia affiorare forme elementari, quasi fossili della nostra esperienza. Non il vulcano, dunque, ma la potenza. Non semplicemente il latte, ma la nutrizione e l’origine. Non il rito, ma il bisogno umano di attraversare il mistero. Non soltanto un volto, ma il tempo che vi si è depositato.
È qui che l’archetipo smette di appartenere esclusivamente al passato. Diventa presente. E forse anche futuro. Perché ciò che siamo stati continua, inevitabilmente, a modificare ciò che siamo e, silenziosamente, ciò che diventeremo. Dentro queste fotografie il tempo non procede più secondo una linea ordinata: si ripiega, ritorna, si sovrappone a sé stesso. L’antico diventa contemporaneo, il personale si confonde con il collettivo, la materia assume qualcosa di spirituale e ciò che sembrava immobile ricomincia improvvisamente a respirare.
“Archetipi” diventa così anche un invito a recuperare una capacità che stiamo lentamente perdendo: guardare oltre l’evidenza. Fermarsi. Lasciare sedimentare il rumore. E, allora, attraversando le immagini di Antonio Biasiucci, resta la sensazione che quelle forme oscure e ancestrali non appartengano esclusivamente alla terra, ai corpi, ai riti o alla memoria di qualcun altro. Erano già dentro di noi. Aspettavano soltanto il silenzio necessario per tornare alla luce.





















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