Alla Pinacoteca Ambrosiana, due canestri si guardano da secoli di distanza.
Quello di Caravaggio, colmo di frutti imperfetti, eppure splendidi nella loro caducità, e quello di Jago, dove la bellezza si è fatta metallo, freddo, arma. In questo incontro immaginario, la Canestra di frutta si fa specchio del nostro presente, un presente sconvolto dalle guerre, dalle atrocità, dalla disperazione degli innocenti: vittime sacrificali di un sistema che si nutre di potere e di sangue, di industrie belliche e di tecnologie nate non per creare, ma per distruggere.
Un tempo, nella canestra, c’erano i doni della terra: la frutta, segno di abbondanza, di vita, di rinascita. Oggi, quel simbolo si rovescia: nel tempo in cui il Male sembra aver preso il sopravvento, le nostre canestre non contengono più mele o uva, ma pistole, fucili, mitragliatrici. Non è più la terra a sostenerci, ma la furia delle armi; non la semina, ma l’offesa. Viviamo nel paradosso di una civiltà che chiama “difesa” la minaccia, che invoca la pace brandendo la guerra preventiva, che teme l’altro al punto da colpirlo prima ancora di conoscerlo.
E così, nei nostri cuori – proprio come nella canestra di Jago – si ammassano strumenti di morte. E canestre ancora più grandi, sepolte nel ventre della terra, custodiscono armi capaci di annientare intere città, nazioni, popoli, mondi. Bombe, testate atomiche, tecnologie di distruzione che possono trasformare la vita in una natura morta perenne: una natura di cenere e macerie, di corpi smembrati e silenzi radioattivi.
Siamo fragili. Ma la fragilità che ci corrode non è più solo quella della carne: è soprattutto quella della mente. Come possiamo, ancora, ricadere negli stessi errori? Come possiamo continuare a lasciarci guidare dall’odio, dal razzismo, dalla follia, dalle vendette, da ideologie religiose nate millenni fa e, oggi, deformate in giustificazione della brutale violenza? Perché ci rifugiamo in modelli di potere e di prevaricazione e in economie che prosperano sullo sfruttamento, sulla disuguaglianza e sull’ingiustizia?
Forse, davvero, l’uomo porta dentro di sé il seme di un male antico, una tendenza irrefrenabile all’autodistruzione. Ma, allora, perché non ribellarci? Perché ostinarci a costruire strumenti di morte, quando, invece, potremmo usare la nostra intelligenza, la scienza e la tecnologia per creare, per guarire, per curare, per costruire, per sostenere, per aiutare e per rendere più giusta la vita su ogni angolo della Terra? Che Dio sarebbe, quello che ci spinge a uccidere in suo nome? E che senso ha morire per paradisi inventati, o attendere fantasiosi messia, o bramare terre promesse, o vivere nella paura di giudizi e di dannazioni, quando il vero inferno lo stiamo edificando qui, giorno dopo giorno, con le nostre stesse mani?
La mostra della Veneranda Biblioteca Ambrosiana non è solamente il dialogo immaginario tra due artisti. È una ferita che si apre, una domanda che ci attraversa. Ma, nel silenzio delle sale, l’arte ci offre ancora un prezioso varco: la possibilità di cercare – attraverso la bellezza, l’immaginazione, lo studio – una risposta benevola e concreta. Forse, contemplando la canestra di Caravaggio e quella di Jago, possiamo ancora intravedere una via d’uscita dal buio. Un passaggio, un’evoluzione. La possibilità, fragile e necessaria, di diventare migliori.
Se ti va, ascolta la nostra playlist su Deezer, una meditazione sonora, quasi liturgica, sull’assurdità della guerra e sulla divisione umana… Una meditazione quasi liturgica sull’assurdità della guerra e sulla divisione umana.


























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