Con “Ferrum Siderum”, gli Zu spingono la creatività umana oltre i confini del futuro visibile e persino intuibile. Non si limitano ad immaginare ciò che verrà: lo anticipano, lo evocano da tempi remoti, scavando in quelle profondità oscure, claustrofobiche e siderali che, sempre più spesso, vengono nominate come il nostro ultimo, inevitabile e micidiale destino. Un destino evocato, invocato, talvolta anche auspicato, che qui prende forma in una materia sonora densa, feroce, ruvida e in costante stato di combustione.
La loro musica si muove come un rito industriale, una liturgia combattuta in cui sperimentazione, rock elettronico, psichedelia metallica e ritmiche massicce diventano un idioma vissuto, fisico, rabbioso. È un’estasi che nasce da corpi fragili, deboli e temporanei, corpi consapevoli della propria finitezza, che, però, attraverso il suono riescono a varcare i limiti della materia che si disgrega e si dissolve. “Ferrum Siderum” è proprio questo attraversamento: una soglia oltre la quale la musica si fa mezzo di trascendenza.
In questo senso, il disco dialoga, idealmente, con la mistica avanguardista e spaziale degli ultimi Tool: la stessa tensione verso l’oltre, lo stesso sguardo rivolto al cosmo come specchio dell’abisso interiore che ci tormenta, la stessa ricerca di un contatto diretto con forze invisibili che precedono e superano l’umano. Ma mentre i Tool costruiscono cattedrali simboliche sospese tra forme
perfette e ripetitive, geometria sacra e metafisica, gli Zu, invece, affondano le mani nella carne viva del suono, mantenendo un’anima ruvida, terrena, viscerale, primordiale.
Qui il dialogo non avviene con server anonimi o con algoritmi dalle mostruose potenze di calcolo. Non c’è bisogno di intelligenze artificiali, né di effimere simulazioni digitali, per aprire varchi nella percezione. Tutto passa dai sensi, dalle intuizioni, dalle evocazioni, dall’immaginazione, da quelle che sono visioni improvvise, magiche e sorprendenti. “Ferrum Siderum” mette in comunicazione l’essere umano con le forze invisibili e sfuggenti dell’universo, con le divinità ancestrali dei popoli antichi, con i miti della filosofia, con le grandezze astratte della fisica e con le leggi simboliche della matematica, senza mai perdere il contatto con la materia.
È questo il salto che tutti, consciamente o meno, auspichiamo: mentre i synth assumono un’ammaliante e contorta concretezza, le atmosfere del disco si fanno cosmiche e il sassofono riporta ogni percezione su un piano puramente corporeo, veritiero, realista ed analogico. Un respiro caldo, pulsante, irriducibile, che macchine, automi, robot e sofisticate IA non potranno mai possedere davvero.
In “Ferrum Siderum” arde un fuoco che non c’è alcun bisogno di rubare, perché è sempre stato il nostro fuoco. Un fuoco che sopravvive sotto le ceneri dell’irrazionalità, della violenza, della distruzione e dell’intolleranza, ma che è sempre in grado di divampare, con fervore e bellezza, nella follia liberatoria delle arti, delle musiche, dei versi e delle infinite letterature e narrazioni umane. È il lascito di quelle menti e quei cuori che ci hanno permesso — e continuano a permetterci — di decifrare il buio che portiamo dentro, senza addomesticarlo, senza spegnerlo, ma imparando finalmente ad attraversarlo. Dunque, grazie Zu.


























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