giovedì, Febbraio 12, 2026
Il Parco Paranoico

Lema, Paolo Angeli

Mik Brigante Sanseverino Gennaio 21, 2026 Luoghi Nessun commento su Lema, Paolo Angeli

Ho visto terre sprofondare nel mare e oceani dilatarsi fino a diventare ferite aperte. Ho visto i continenti allontanarsi l’uno dall’altro, come corpi che non riescono più a toccarsi, come persone – sconvolte, sole, impaurite – che si rifugiavano in ciò che restava: brandelli di memoria, gesti minimi, relitti affettivi salvati, a fatica, dal naufragio. In balia di una potenza naturale sempre più adirata e feroce e di un potere umano sempre più predatorio, cinico, incapace di arrestarsi, anche dinanzi alla sofferenza, alle grida, al sangue innocente.

È dentro questo paesaggio interiore e collettivo che “Lema” di Paolo Angeli prende forma. Non come semplice raccolta di brani, ma come attraversamento: un viaggio lento e necessario tra solitudini atroci, storie spezzate, identità che cercano di non dissolversi e scomparire del tutto. Queste musiche partono dall’isola di Sardegna e visitano questi territori devastati, li osservano senza giudicarli, tentano di comprenderli e, allo stesso tempo, di ricondurli verso un piano che sembra, ormai, da tempo abbandonato: quello del dialogo, della prossimità, della vicinanza, della relazione. Un piano in cui il mare non è soltanto minaccia, ma ritorna ad essere ciò che è stato per millenni: vita, comunione, contatto, passaggio.

Sono passati alcuni mesi dalla pubblicazione di questo album. Non tanti, ma sufficienti per acquisire piena contezza della deriva tragica che ci ha travolti. Oggi, all’inizio di un nuovo anno, quando ciò che un tempo appariva come un presagio si è fatto, purtroppo, realtà nuda e palese, “Lema” suona ancora più attuale, urgente, prossimo, necessario. Le sue trame – antiche e moderne, strumentali e cantate – diventano un punto di contatto tra una memoria sepolta, ma non del tutto dimenticata, e una speranza che, pur minuscola, fragile, esposta e ferita, continua, ostinatamente, a pulsare. Una speranza che vive nei canti lugubri della sconfitta e della caduta, ma anche nel perdono, nella morte intesa come metamorfosi e non come fine dolorosa ed assoluta.

Questo disco sembra muoversi all’interno di un circolo vizioso che conosciamo fin troppo bene: drammi, devastazioni, atrocità, genocidi che ritornano ciclicamente, come una stagione dell’ombra. Eppure, proprio lì, Paolo Angeli individua un argine possibile, l’unico vero nemico naturale di questa spirale micidiale: la sensibilità umana. L’energia costruttiva, osmotica dell’arte e della musica. Il bisogno profondo di immaginare un’alternativa, di ascoltare anche le ragioni dell’altro senza paura, senza isterismi, senza rancore, senza menzogne. Cercando, ostinatamente, un punto di partenza condivisibile, un motivo per non odiarsi, un tappeto di fiori capace di rendere meno inospitale la strada che percorriamo.

Una strada che resta aspra, difficile, complessa. Ma anche l’unica davvero possibile.

Sul piano sonoro, “Lema” è un organismo vivo e mutante. Gli stili si mescolano senza mai chiedere permesso: le spinte etniche e folk-rock cercano e trovano uno spazio vibrante all’interno di una dimensione avanguardista che dialoga con il post-rock e con un ambient oscuro, minimale, spesso spoglio fino all’osso. Le linee di confine si dissolvono, vengono cancellate una ad una, come se fossero zavorre inutili. Quelle stesse linee che ci hanno resi pesanti, rigidi, ossessionati da questioni che, in fondo, non contano nulla. Questioni che non sono né umane, né naturali, né della terra, né del cielo.

Sono, piuttosto, il prodotto di un contratto, di un calcolo, di un saldo, di un estenuante e continuo bilancio tra costi e ricavi. Meccanismi che smorzano ogni sentimento, ogni passione, ogni ideale, fino a trasformare la verità e la bellezza in immagini statiche: oggetti da esporre, acquistare, consumare. Limiti artificiali da non oltrepassare.

E allora la domanda resta sospesa, come un’eco che attraversa tutto l’album e ritorna, insistente, nelle pieghe più profonde dell’isola, dell’anima, della nostra esistenza. Perché tutta questa rabbia? Perché tutta questa violenza?

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie Senza Parole: Cartografie Di Un Lato Nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: Riedizione Fluida" e "Frammenti Di Tempesta: Riedizione Fluida"

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