Difficile intercettare la verità. Difficile persino sospettarne l’esistenza, quando le nostre uniche bussole sono i media mainstream, quando la realtà ci raggiunge già confezionata, etichettata, spiegata, digerita. La fibra ottica, i vecchi cavi di rame, le antenne, i satelliti: un reticolo invisibile che attraversa l’aria e il sottosuolo, trasportando un flusso interminabile, ridondante e sovrabbondante di byte. Un flusso che non informa, ma orienta; non apre, ma delimita. Il suo obiettivo esclusivo non è raccontare il mondo, ma circoscriverlo, controllarlo, ridurre il nostro accesso alla complessità dei fatti, suggerendoci quali debbano essere i nostri pensieri, le nostre opinioni e – inevitabilmente – le nostre scelte.
Ci vengono inculcati nemici e prodotti con la stessa indifferenza, come se tra una nuova guerra e uno scaffale del supermercato non ci fosse alcuna differenza sostanziale. La ragione si restringe, il cuore viene drogato da una miriade di sotterfugi emotivi. Ogni reazione è prevista, ogni indignazione canalizzata, ogni desiderio anticipato. È qui che “Oblomovismo” interviene, come una lama rumorosa nel tessuto anestetizzato del presente.
Il disco dei Bologna Violenta traduce in musica la dimensione fasulla e stagnante nella quale siamo immersi. Non sappiamo nulla – o peggio, crediamo di sapere tutto. Non distinguiamo il passato dalle finzioni del presente; scambiamo idee ostili, cattive, reazionarie per ideologie futuriste luminose e promettenti. Accettiamo come assiomi inconfutabili ciò che abbiamo, semplicemente, ascoltato più volte. Intanto, gli imbonitori contemporanei, potenziati dalle tecnologie moderne, acquisiscono la facoltà di realizzare ad arte ciò che dobbiamo vedere, conoscere, percepire. Non solo filtrano il reale: lo costruiscono. Il mondo in cui viviamo appare disordinato, caotico, quasi ingestibile. Le nostre città, i paesi, le periferie, i quartieri, i luoghi di aggregazione sociale sembrano travolti da un rumore confuso. Ma quel disordine è solo apparente: sotto la superficie si muove un piano preciso, una strategia di frammentazione e di isolamento. Proprio come accade a Oblomov, figura letteraria che ispira il disco, siamo progressivamente rinchiusi in uno spazio domestico chiuso, opprimente, perfettamente gestibile e controllabile. L’inerzia non è più una debolezza individuale: è un modello sociale.
Le sonorità metalliche e noise-rock dei brani funzionano come una sveglia brutale. Non cercano consolazione, non offrono appigli melodici rassicuranti. Entrano dentro, graffiano, scuotono ciò che resta dei nostri sentimenti – o meglio, ciò che non è stato ancora plastificato e messo sotto vuoto. È un grindcore che non vuole solo disturbare, ma risvegliare. Non si tratta di “buona volontà” in senso morale: è istinto di sopravvivenza. È fantasia che rifiuta di essere programmata. È la nostra naturale predisposizione a sottrarci alla solitudine che annulla interessi, passioni, sogni.
Il divano virtuale su cui ci eravamo adagiati – comodo, personalizzato, apparentemente innocuo – si richiude lentamente su sé stesso. Ci intrappola senza violenza, senza rumore. E noi rischiamo di trasformarci in pelle finta, spugna, fodere, cuscini: membra insensibili, consumate dalla nuova lebbra degli algoritmi. “Oblomovismo” non offre soluzioni facili ed immediate, ma produce il necessario attrito. È un disco che rifiuta l’addomesticamento, che sceglie l’urto invece dell’intrattenimento. E nel suo rumore abrasivo, nella sua ripetizione ossessiva, ci ricorda che l’inerzia è la forma più raffinata del controllo. Sta a noi decidere se restare sdraiati o se lasciarci ferire, finalmente, dal suono della realtà.


























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