2026: onorate il vile. Non come si onora un eroe, ma come si guarda in faccia un varco, una frattura necessaria. Il vile è ciò che incrina i vostri pensieri, che scompiglia i vostri propositi ordinati, che pesta la vostra etica come polvere sotto le scarpe. È la mano che vi mostra quanto siano viscide le vostre certezze, quanto sia facile scivolare. E allora tutto deraglia: la musica, la vita, l’amore, il lavoro. Tutto viene trascinato da una corrente torbida, densa di noise-rock e grunge anni Novanta, mentre il decennio correva verso un futuro carico di promesse che il nuovo millennio non avrebbe mantenuto. O peggio: che avrebbe mantenuto solo nelle sue forme più reazionarie, più fredde, più ostili.
“Il Vile” dei Marlene Kuntz affonda le sue radici proprio lì, nell’inquietudine e nel desiderio di fuga. È un disco che sceglie la veemenza, la lama, il graffio. Una musicalità cruda, tagliente, estranea a un Paese festivaliero e sonnacchioso, lontano anni luce da qualsiasi rischio. Qui, invece, il rock indipendente rivendica spazio, alza la voce, pretende ascolto: costruisce muri di chitarre, ritmiche serrate, Babilonie sonore fatte di rabbia e visioni. Sopra tutto, una luce abbacinante: un Sole vendicativo, quasi sprezzante, che sembra già intuire i demoni che verranno. Demoni mediatici, virtuali, algoritmici. Demoni che, nel giro di pochi anni, spazzeranno via il sogno analogico di un’intera generazione, sostituendolo con una sbobba sonora addomesticata, levigata, radiofonica. Musica senza attrito, senza rischio, progettata in studi sempre più sofisticati e sempre più dispotici.
E allora il vile resta lì: orfano, insoddisfatto, febbrile. Un corpo che reclama altri corpi, che desidera la distruzione e la rinascita. Che cerca una notte da
bruciare, una vertigine, un eccesso—una bevanda tossica, un amplesso, un incendio capace di ridurlo in cenere. Per poi tornare, più feroce, tra i vagiti e gli incubi, mentre vecchi stereo sputano ancora Sonic Youth, Fugazi e Soundgarden, aspettando un domani che sembra non arrivare mai. E invece arriva. Arriva eccome.
Arriva “Il Vile”: il secondo album dei Marlene Kuntz, più maturo, più consapevole, più narrativo. Un disco che non si limita a suonare, ma racconta e rivendica. Dentro c’è una brama che si fa parola e suono, una tensione che diventa dichiarazione: essere sé stessi, fino in fondo. Non nascondersi, non fingere, non addomesticarsi. È un’urgenza che diventa quasi irridente, dissacrante, a tratti brutale. La necessità di reclamare tutto: un lavoro, un futuro, un’indipendenza, una libertà, una figa blu — persino i desideri più carnali, più istintivi — contro una società immobile, contro una politica che vive di rendita, incapace di sognare, incapace di esporsi davvero. Ecco perché, a distanza di trent’anni, “Il Vile” non è solo un disco da ricordare: è un disco da onorare. Perché continua a disturbare, a graffiare, a mettere in discussione. Perché non consola, non rassicura, non semplifica.
E oggi ritorna, in una riedizione che ne rinnova il corpo, senza addomesticarne l’anima, impreziosita dalle illustrazioni di Alessandro Baronciani. Un ritorno che non è nostalgia, ma riapertura della ferita. Una ferita necessaria. Onorate il vile, dunque. Perché è ancora lì, pronto a ricordarvi che la verità — quella vera — non è mai comoda.






















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