All’ombra dei magnati apocalittici dell’iper-tecnologia — sacerdoti di un futuro che promette libertà, mentre, invece, non fa che moltiplicare recinti, muri, cortine e barriere invisibili — continuano a muoversi forze sotterranee, irregolari, dissonanti, umane. Forze che non hanno algoritmi dalla loro parte, ma custodiscono ancora la speranza fragile e disperata di uno scatto improvviso: la passione incontaminata, la scintilla dell’impegno civile, la possibilità di costruire una società davvero libera e trasversale, non filtrata da piattaforme streaming e piattaforme di controllo.
Questo desiderio irrequieto attraversa i nuovi brani di Kim Gordon, come una corrente elettrica che scorre sotto l’asfalto metropolitano. L’ex anima dei Sonic Youth continua a muoversi sul terreno che le è più naturale — quello dell’attitudine emotiva di un punk solido, tagliente, veemente e irriducibile — ma qui lo piega verso traiettorie inattese: beat hip-hop scheletrici, ritmiche abrasive, un’estetica quasi trap che non cerca seduzione, ma frizione, attrito, urto, urgenza pressante.
Il risultato è una musica che sembra registrare il battito nervoso del nostro tempo. “Play Me” diventa così la colonna sonora dello scoramento emotivo contemporaneo, delle nostre solitudini
digitali amplificate all’infinito, dei nostri isolamenti virtuali che simulano connessione, mentre svuotano le nostre esistenze di qualsiasi presenza. Ogni suono sembra muoversi dentro questo paradosso. Viviamo in un mondo dove qualsiasi gesto di rottura — una parola fuori posto, un’idea radicale, un tentativo di pensiero autonomo — viene, immediatamente, previsto, inglobato, banalizzato e addomesticato dal sistema. Anche la ribellione viene programmata.
Tutto appare temporaneo, già digerito in anticipo. Ridotto a dettaglio marginale. E mentre questo meccanismo invisibile prende possesso di ogni spazio — dei pensieri, dei linguaggi, delle musiche, dei progetti — il mondo reale continua, velocemente, a sgretolarsi. Guerre lontane, ma onnipresenti, verità manipolate, flussi informativi che scorrono senza lasciare traccia. Nessuna reazione sembra davvero possibile, come se una sedazione collettiva ci avesse sottratto il senso del tempo, trasformandoci in spettatori di un sogno artificiale. Dentro questa anestesia globale, “Play Me” rende ruvide e vibranti le divagazioni trap di Kim Gordon. Non sono esercizi di stile, ma fendenti. La sua voce si muove tra distacco e ironia, tra osservazione e sarcasmo, come se registrasse l’aria pesante di un’epoca dominata da uomini narcisisti, potenti e crudeli: ricchi oltre misura, privi di rimorso, incapaci di provare disgusto o vergogna.
Un mondo dove l’etica è stata sostituita dall’efficienza. Eppure, proprio per questo, il nostro posto non può che essere qui. Adesso. Ora.
Non nel passato idealizzato, non nella malinconia degli ideali infranti. Non nella nostalgia di un tempo in cui la ribellione sembrava ancora possibile. La musica di Kim sembra dirci che anche dentro questo paesaggio sterile esiste ancora uno spazio per la tensione, per l’attrito, per il rumore umano che disturba la macchina. Per un attimo, le chitarre di “Not Today” aprono uno spiraglio inatteso. Una breve illusione shoegaze: un sospiro carico di sentimento e di fragile ottimismo. Come se, per qualche minuto, le nuvole si aprissero sopra un orizzonte che qualcuno — tra guerre, bugie e algoritmi — sta cercando disperatamente di richiudere.
È solo un momento. Ma basta per ricordarci che quegli orizzonti esistono ancora, e che non dovrebbero essere proprietà privata di chi possiede un conto corrente abbastanza grande da potersi permettere il futuro.


























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