Harry Hole non è soltanto un personaggio letterario. È una fenditura aperta dentro l’uomo contemporaneo, da cui filtra una luce fredda, nordica e disorientante, assieme a una oscurità che non smette mai di respirare. Creato da Jo Nesbø, Hole è tutto ciò che fatichiamo ad accettare: fragilità, ossessione, dipendenza e, infine, quella forma di resistenza stanca che non salva, ma che ci permette di continuare, inesorabilmente, a combattere.
Nella sua incarnazione televisiva su Netflix, questo conflitto interiore si fa materia visiva, ma anche corpo sonoro e battito costante. Non è solo una serie: è una discesa. E in questa discesa, la musica non accompagna, ma trascina.
Le canzoni, che ascoltiamo nei vari episodi, non sono solo semplici sottofondi, ma ferite aperte che pulsano insieme ad Harry. I graffi dei Sex Pistols, la notte densa e sacrale di Nick Cave & The Bad Seeds, la furia primitiva dei Ramones, la malinconia tossica di Warren Zevon, il blues elettrico e disturbante dei Dead Weather, il carisma viscerale di Iggy Pop, la tensione nervosa di PJ Harvey, l’urgenza quasi adolescenziale dei Violent Femmes, fino all’abisso ipnotico dei Doors.
Questi brani danno consistenza ad un viaggio senza alcuna consolazione. Spingono sempre più giù, sempre più a fondo. Ogni singola canzone diventa un riflesso delle indagini di Hole, ma anche, soprattutto, delle sue mancanze interiori. Perché i delitti — rituali, ossessivi, quasi liturgici — non sono mai soltanto enigmi da risolvere, ma sono specchi deformanti del nostro tempo, dove la violenza non è un’eccezione, ma è in perfetta continuità e sintonia con quella che è la realtà di nazioni, uomini, storie perennemente in guerra tra loro.
E poi c’è Oslo. Una città che non sembra voler accogliere, ma solamente osservare. Le sue architetture moderne, quella luce che sembra non scaldare mai davvero, i silenzi lunghi quanto le sue notti invernali. La natura incombe, non come un rifugio salvifico, ma come un monito: ricordare agli esseri umani la loro irrilevanza, nonostante essi siano circondati da tecnologia sempre più precisa, sempre più potente, sempre più micidiale.
La domanda, però, resta sospesa, come un respiro trattenuto. Cosa può davvero la tecnologia contro ciò che risiede, da sempre, dentro di noi? Contro l’istinto, la ferocia, la violenza e la brutalità
che si insinuano nel nostro sangue? O contro la deriva della giustizia, quando smette di essere tale e si trasforma solamente in folle ed assurdo fanatismo?
Nel mondo di Harry Hole, la verità non viene mai nascosta, viene consumata, erosa, negata fino a sparire. E allora fuggiamo. Scegliamo il compromesso facile, il silenzio opportuno, le maschere più utili. Ci raccontiamo che è necessario, che è inevitabile, che è corretto. Costruiamo apparenze che diventano vere e proprie ossessioni, e per sostenerle siamo pronti a sacrificare tutto: diritti, ideali, persone.
Noi stessi.
In questo paesaggio emotivo, la colonna sonora originale firmata da Nick Cave e Warren Ellis non sarà un semplice accompagnamento musicale, ma un tessuto nervoso vivo e capace di tenere assieme ogni frammento. Una musica che non potrà mai garantire risposte, ma creare uno spazio reale. Uno spazio in cui lo smarrimento non è più qualcosa da nascondere e dimenticare, ma da attraversare. Perché forse l’unico modo per non soccombere alla paura non è eliminarla, ma condividerla. Smettere, cioè, di fingere di non vedere i demoni che ci camminano accanto — o peggio ancora, quelli che noi stessi abbiamo imparato a chiamare con il nostro stesso nome.
E allora Harry Hole resta lì, sospeso. Non come esempio. Ma come una possibilità concreta.






















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