Ci sono punti in cui la letteratura smette di raccontare Dio e comincia a smascherarlo.
È lì che si incontrano “A volte ritorno” di John Niven e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago: due libri diversissimi per tono, lingua e ambizione, eppure attraversati dalla stessa domanda proibita: “e se Dio non fosse quello che ci hanno raccontato?”
Nel mondo dissacrante di Niven, Dio è un padre stanco, strafatto, quasi comico nella sua umanità: beve, fuma, si diverte, e si incazza. Non tanto con i peccatori, ma con coloro che, in suo nome, hanno costruito un sistema. I veri bersagli non sono i dannati, ma i preti, i rabbini, i pastori, i mullah, le istituzioni ed i professionisti della fede. Il suo ritorno sulla Terra — attraverso il figlio — è una missione rabbiosa, ma anche disperatamente ingenua.
In Saramago, invece, Dio è tutto il contrario: lucido, glaciale, strategico. Non ha bisogno di alzare la voce perché controlla già ogni cosa. Il suo progetto è limpido nella sua crudeltà: espandere il proprio potere, moltiplicare il proprio gregge, anche a costo di fondarlo sul sangue. E Gesù, qui, non è il Redentore consapevole, ma una pedina che prende, invano, coscienza troppo tardi.
Due visioni opposte, eppure sovrapponibili come due lastre radiografiche: in entrambe, Dio non coincide con la religione. La oltrepassa. La usa. La tradisce.
Il punto più disturbante, forse, è proprio questo: il figlio. In entrambi i romanzi, Dio affida un compito a un figlio carnale. Non lo spiega davvero. Non lo condivide. Non lo rende partecipe del senso ultimo del sacrificio. Gli consegna una traiettoria già scritta — e quella traiettoria porta alla morte violenta. Che sia una croce in Terra Santa o un’iniezione letale in un carcere americano, cambia poco. Gesù — o il suo equivalente contemporaneo — non è il centro del piano. È il mezzo. La vittima necessaria. E qui la letteratura compie un gesto radicale: toglie alla sofferenza ogni aura salvifica. Non c’è redenzione nel dolore, ma solo strategia. Non c’è amore nel sacrificio, ma mera utilità.
Se Dio, in queste narrazioni, persegue fini propri, la religione diventa qualcos’altro: una mera costruzione umana. Un dispositivo. Un sistema che organizza il caos, ma al prezzo della libertà. Che promette senso, ma distribuisce gerarchie. Che parla di salvezza, ma, molto spesso, giustifica violenza, disuguaglianza, subordinazione — soprattutto delle donne — e la perpetrazione di poteri e di privilegi.
Niven lo urla con sarcasmo punk. Saramago lo sussurra con una lucidità drammaticamente chirurgica. Ma entrambi arrivano lì: la religione non è Dio. È ciò che gli uomini fanno di Dio.
“With God On Our Side” è una canzone di Bob Dylan che critica l’uso di Dio per giustificare le atrocità e le disumanità umane. Un grido contro l’idea di un Dio che
permette la sofferenza e poi pretende la devozione. Ma non è Dio a combattere — sono gli uomini che lo arruolano. Una crocifissione laica, moderna, tecnologica, militare, politica, economica e mediatica. La morte spettacolarizzata, rituale, necessaria. Come il sacrificio del figlio: non importa più il senso, conta solo la rappresentazione.
Alla fine, ciò che resta è una frattura. Da una parte, un Dio che — nelle sue versioni letterarie — appare ambiguo, distante, persino egoista. Dall’altra, un’umanità che ha costruito su di lui un’intera architettura di senso, spesso usata per controllare, escludere, dominare. E in mezzo, il figlio. Sempre. Sacrificato, interpretato, tradotto, riscritto.
Forse il vero scandalo non è che Dio abbia un piano. Ma che quel piano non coincida mai con la giustizia che gli uomini raccontano.
E, purtroppo, si tratta di uomini che non hanno assolutamente nulla di divino e nemmeno lontanamente giusto, ma possiedono, ahinoi, il potere politico per pronunciare il suo nome davanti ad eserciti, a telecamere, a folle: Vladimir Putin parla di difesa dei valori spirituali e della “Santa Russia”, mentre i suoi carri-armati avanzano inesorabilmente; Donald Trump si fa simbolo di un cristianesimo assurdo, folle, abietto ed identitario, trasformato in puro slogan politico della Destra sovranista; Benjamin Netanyahu richiama la promessa biblica del Messia, mentre la terra di Palestina, la terra del Libano, e tutto il Medio Oriente, si riempiono di macerie, di devastazione, di dolore e del sangue di un popolo, quello palestinese, vittima di un crudele genocidio; e, infine, il defunto Ayatollah Ali Khamenei e le altre guide supreme che diventano simbolo di una rivoluzione che si proclama sacra, mentre, intanto, reprime, incarcera, umilia, tortura ed uccide gli stessi cittadini iraniani, soprattutto i giovani e le donne.
Ritornando, dunque, alla domanda iniziale, la risposta è fin troppo chiara: Dio non è mai stato quello che ci hanno raccontato, ma quello che il potere continua ad usare.






















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