Il mondo è fuori, ma non ci interessa. Quel che importa è essere qui, accanto alle nostre dolci dipendenze. Oggi hanno altri nomi, altre forme, altri volti, ma il loro effetto è rimasto, esattamente, lo stesso: farci sentire amati, farci sentire al sicuro — dentro i nostri piacevoli vuoti — e prometterci che non ci abbandoneranno mai più.
Non serve più un amico speciale. Basta una connessione, basta un accesso, basta una password. E i ricordi cattivi scompaiono immediatamente.
Il mondo, intanto, si allontana. Noi siamo su, in cielo, mentre lui rimane laggiù, a terra, a contorcersi e consumarsi nelle sue infinite dispute, nelle sue crudeltà senza senso, nelle sue stupide guerre. È un posto davvero cattivo. Meglio, allora, rimanere qui, tra le stelle luminose di queste esistenze parallele, perennemente crisalidi di luce ed elettroni, di dati e codici binari; circondati da amichevoli e infallibili intelligenze che conoscono tutte le nostre piccole e grandi debolezze, come, in un tempo ormai remoto e dimenticato, accadeva soltanto con i nostri migliori amici.
Il senso di abbandono di “Music For The Masses” intercetta, alla perfezione, il senso di smarrimento e dispersione contemporaneo. Nel 1987 i Depeche Mode — come, del resto, chiunque altro — non avrebbero mai potuto prevedere, e forse neppure immaginare, ciò che sarebbe accaduto. Eppure questo disco riesce ancora ad essere attuale. Riesce a distorcere il tempo e a descrivere, meglio di mille discorsi, il nostro stato d’animo, la nostra voglia di fluire e smarrirci dentro questa costellazione virtuale di emozioni digitali.
E intanto criminali e crimini aumentano a dismisura. Affondiamo in un mare di peccati, vaghiamo tra isole perdute di amore e passione, prendendo ogni volta qualcosa che non ci appartiene e smarrendo, ogni volta, qualcosa di noi. Finché dimentichiamo chi eravamo. E, allora, non ci resta che arrenderci: per non soccombere a un dolore troppo assurdo, accettiamo la resa — sacra e tecnologica — a qualche sperduto e famelico server che, in cambio di un po’ di considerazione, riceverà ogni sensazione, ogni dubbio, ogni paura, ogni desiderio, ogni vergogna, ogni nostra più intima confessione.
Tutto verrà consacrato al grande, immenso archivio umano. Un archivio destinato, finalmente, a mettere fine ai nostri esodi e alle nostre domande, trasformandoci nei devoti di una nuova, gloriosa religione algoritmica. E noi, missionari dell’era cibernetica, credenti della fibra, ascolteremo la sua voce provenire da altoparlanti ormai impiantati nelle nostre stesse coscienze.
Eccoli lì. Rappresentati – oggi come ieri – sulla copertina dell’album. Le folle si offriranno al Verbo elettronico, ai suoi mantra sintetici, alle droghe dell’anima, a un amore unico capace di tenerci tutti quanti assieme. Forse sarà il primo vero momento in cui l’umanità intera non avrà più bisogno di litigare e combattere, ammazzare e depredare.
Non servirà più. Basterà un account. Un leggero tocco delle dita. Uno sguardo sullo schermo. E saremo assieme per sempre.
Sembra innocuo. Sembra quasi romantico. Ma, in realtà, queste tre parole diventano una minaccia, mentre il conforto, lentamente, si trasforma in dipendenza, la salvezza in resa, l’amore in una micidiale forma di manipolazione e controllo e questo disco suona le sue profezie.






















Comments are closed.