mercoledì, Settembre 30, 2026
Il Parco Paranoico

I Think We’ve Met Before, Amy Rose Mills

Mik Brigante Sanseverino Settembre 30, 2026 Dischi Nessun commento su I Think We’ve Met Before, Amy Rose Mills

Quando il noise-rock viene risucchiato da un buco nero, da qualche parte, in un mondo parallelo, germogliano canzoni come queste: riflessive, sognanti e affilate. Ma quello evocato da Amy Rose Mills non è un sogno capace di donare pace. È un sonno agitato, turbolento, obliquo, attraversato da immagini, voci e parole delle quali non sappiamo più riconoscere la provenienza. Non comprendiamo se appartengano a qualcosa che abbiamo, realmente, vissuto, se siano residui del passato, deformazioni dei nostri traumi o, più semplicemente, proiezioni di aspirazioni che abbiamo sepolto abbastanza in profondità da non riuscire più a chiamarle per nome.

Potrebbero persino essere memorie aliene, frammenti provenienti da un’esistenza che non ci appartiene e che, tuttavia, ci sembra stranamente familiare. Come un’idea sfuggente afferrata nel cuore della notte, una di quelle intuizioni che per pochi istanti sembrano contenere la risposta a tutto e poi, alle prime luci dell’alba, si sgretolano senza lasciare altro che una sensazione. Perché la loro dimensione è, esclusivamente, notturna e lunare, incompatibile con la geometria rassicurante del giorno.

È in questo territorio che sembrano vivere i brani di “I Think We’ve Met Before”. Vibrano di oscurità, avanzano lentamente, senza avere fretta di rivelarsi. Si nutrono di dettagli apparentemente insignificanti, di rumori, incrinature e silenzi; penetrano sottopelle e cominciano a ronzare a frequenze sempre più alte nelle nostre menti, finché ciò che sembrava fragile acquista consistenza. Una danza circolare di fragilità solidificate, nella quale la delicatezza non coincide mai con la debolezza e il sogno conserva sempre qualcosa di abrasivo, inquieto, quasi minaccioso.

Il noise-rock rimane allora come una materia originaria che ha cambiato stato: non è scomparso, ma è stato diluito, deformato, trascinato altrove. La tensione sopravvive sotto la superficie, nelle asperità, nelle improvvise increspature, in quella sensazione costante che qualcosa possa spezzarsi da un momento all’altro. Amy Rose Mills costruisce così uno spazio sonoro sospeso tra intimità e straniamento, dove ciò che riconosciamo diventa immediatamente estraneo e ciò che non abbiamo mai conosciuto sembra invece accompagnarci da sempre.

Forse ci siamo davvero incontrati prima. Su un altro mondo. In una piega dello spazio-tempo. Nelle notti appesantite dall’alcool. Nelle ferite che devono essere cauterizzate con il fuoco. Sotto un temporale incessante, tra le strade pesanti di New York City, mentre cerchiamo qualcosa senza sapere, esattamente, cosa abbiamo perduto.

Oppure è soltanto il nulla che si diverte a mescolare le carte. Inventa deviazioni, costruisce possibilità alternative, capovolge i ruoli e trasforma gli addii in incontri e gli incontri in scelte che ti fottono. Quelle scelte che sembrano insignificanti mentre le compi e che, invece, aprono feritoie destinate a non richiudersi più. Ti rubano qualcosa di importante — una persona, una possibilità, una versione di te stesso — e non te la restituiscono mai.

Intanto la notte prende il sopravvento. I confini tra queste vite possibili diventano sempre più incerti; passato, desiderio e memoria cominciano a contaminarsi. Le ombre acquistano consistenza, mentre i corpi, al contrario, si dissolvono. Qualcuno entra in un bar di periferia e ci sembra di averlo già visto. Un volto sconosciuto possiede qualcosa di terribilmente familiare. Una voce riporta alla superficie un ricordo che forse non abbiamo mai avuto. Ed è proprio in questa ambiguità che “I Think We’ve Met Before” trova la sua forza: nella sensazione perturbante che ogni incontro possa essere un ritorno e ogni ricordo l’eco di qualcosa che non è necessariamente accaduto. Come se queste canzoni provenissero da una vita adiacente alla nostra e, per qualche inspiegabile interferenza, fossero riuscite ad attraversare il confine. Forse non ci siamo mai incontrati prima. Ma dopo averle ascoltate, diventa difficile esserne completamente sicuri.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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