mercoledì, Settembre 30, 2026
Il Parco Paranoico

U2: è ancora autunno

Mik Brigante Sanseverino Settembre 29, 2026 Playlist Nessun commento su U2: è ancora autunno

È ancora autunno. Gli U2 stanno per pubblicare un altro disco. Si chiamerà “Carnaval De Luz”, uscirà il 13 novembre, arriva a nove anni dall’ultimo album di inediti e, soprattutto, alle porte — anzi, ormai dentro — i loro cinquant’anni di attività. La prima domanda, inevitabilmente antipatica, è: era necessario?

Forse no. Ma probabilmente non è questa la domanda giusta.

Cinquant’anni fa erano quattro ragazzi di Dublino. Poi arrivarono “Boy”, “October”, “War”. Tre dischi in tre anni. Dentro c’erano l’urgenza, la fede, la rabbia, il basso di Adam Clayton, la batteria di Larry Mullen Jr., la chitarra di The Edge, che sembrava cercare uno spazio più grande delle canzoni, e Bono che cantava come se qualcuno, da qualche parte avesse bisogno proprio di quelle parole. C’era, soprattutto, una cosa che nessuno studio di registrazione avrebbe potuto riprodurre quarant’anni dopo: la giovinezza.

Poi venne quel cielo rosso sangue. E, sotto quel cielo, sembrava ancora possibile correre senza sapere, esattamente, dove andare. Adesso sappiamo quasi tutto. O almeno abbiamo costruito macchine capaci di farcelo credere. Possiamo rivolgere una domanda ad un’intelligenza artificiale e ricevere, in pochi secondi, una risposta ordinata, plausibile, persino rassicurante. Date, nomi, luoghi, significati. Tutto sembra semplice, immediato, a portata di mano.

Tutto tranne il tempo. Perché puoi chiedere a una macchina in quale anno uscì “War”, chi produsse “Boy”, dove fu registrato “October”. Puoi perfino chiederle cosa significa diventare vecchi. Ma non puoi chiederle di restituirti un istante. Non può riportarti dentro una stanza, ricostruire esattamente l’odore che aveva, rimettere una persona sulla sedia dove sedeva prima di andarsene. Non può dirti perché una canzone ascoltata quarant’anni fa continua, improvvisamente, a fare male, mentre altre, che credevi indispensabili, non significano più nulla.

La nostalgia è una bestia che non si lascia domare. Puoi fingere di ignorarla. Puoi cambiare città, vestiti, amici, idee. Puoi persino mascherarti da un’altra persona e convincerti che ciò che eri appartenga, definitivamente, a qualcun altro. Ma gli anni sono un grande peso di ricordi che continui a portarti dietro.

Nomi. Persone. Fatti. Abbandoni. Catene. Destini. Litigi dei quali non ricordi più la ragione e discorsi delle quali, invece, ricordi ancora ogni singola parola. Amori che sembravano strade e che erano soltanto vicoli ciechi. Persone alle quali avevi promesso di non assomigliare mai e alle quali, un mattino qualsiasi, scopri di assomigliare terribilmente.

E intanto è ancora autunno. Come se non fosse mai andato via. Come se tutte le primavere, le estati e gli inverni attraversati nel frattempo fossero stati soltanto una finzione: stagioni inventate per darci l’impressione di procedere, mentre continuiamo a correre sullo stesso cerchio perfetto. Come fanno gli animali da laboratorio.

Forse è per questo che gli U2 pubblicano ancora dischi. E forse è per questo che continuiamo ad ascoltarli. Non perché abbiamo davvero bisogno di un altro album degli U2. Ma perché, in qualche punto remoto e irragionevole di noi, continuiamo ad aspettare che quattro uomini ormai prossimi alla vecchiaia trovino ancora una canzone capace di aprire una crepa nel tempo. Abbastanza larga da permetterci, anche soltanto per quattro minuti, di rivedere quei ragazzi. E insieme a loro, inevitabilmente, noi stessi.

E alla fine resta il silenzio. “Silencio”, come l’ultima canzone. Forse, dopo quasi cinquant’anni di parole, concerti, dischi, stadi, cadute e resurrezioni, anche gli U2 arriveranno qui: al silenzio. Non quello che viene quando non c’è più niente da dire, ma quello che rimane quando le parole hanno smesso di essere sufficienti. Perché, prima o poi, ogni rumore si spegne. Le persone se ne vanno, le voci diventano ricordi, persino le canzoni, che credevamo eterne, finiscono per arrivarci da molto lontano.

Eppure qualcosa continua a bruciare. Nel 1984 lo chiamarono “The Unforgettable Fire”. Avevano poco più di vent’anni e forse non potevano ancora sapere quanto fosse esatto quel titolo. Ci sono fuochi che illuminano soltanto per un istante e altri che, quando tutto sembra spento, continuano sotto la cenere. Forse la nostalgia è proprio questo: un fuoco indimenticabile.

Non il desiderio di tornare indietro — indietro non si torna — ma la scoperta che qualcosa di ciò che siamo stati non ha mai smesso davvero di bruciare. Una specie di “homecoming”, sì, ma verso una casa che non esiste più.

Fuori è ancora autunno. Il cerchio continua a girare. E noi con lui. Finché resta il fuoco. Poi, finalmente, il silenzio.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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